30/12/10

La lotta contro se stesso: la scomparsa di Isabel Caro

Isabel Caro

Mi viene in mente il titolo del romanzo di Gabriel Garcia Marquez, “Cronaca di una morte annunciata”.
Un pensiero triste, molto triste, e poi la trama del libro non centra nulla con la realtà accaduta. Non che tutti sapevano, e nessuno cercava invano di avvisare ciò che stava accadendo. Esattamente il contrario, a partire dalla “vittima” stessa. Giunge la notizia che Isabel Caro, la modella e attrice francese gravemente malata di anoressia, è morta nonostante un apparente ripresa.

Perfino un azione pubblicitaria aveva creato una grande bufera intorno alla persona colpito da uno di quelle malattie della nuova era, l’anoressia, rendendo la colpita famosa. Anche questo, non ha servito a molto, almeno a lei. Ricoverata per polmonite, si era spenta, il corpo non ha retto l’ultima fatica evidentemente.
Essere consapevoli quello che succede con il proprio corpo, spesso significa l’avvio di una guarigione; “nemico avvisato mezzo salvato”. Conoscere le cause, danno ampiamente la possibilità di decidere liberamente quale azione intraprendere per risolvere il problema: oggigiorno c’è per ogni problema una soluzione. Ma nel caso dell’anoressia, e questo conferma la scomparsa di Isabel Caro, questo non è del tutto vero.

Come dichiara ora Toscano, il fotografo che aveva suscitato l’azione antimalattia con tanto foto scioc,
“Purtroppo non ho un bel ricordo di Isabelle Caro, era una ragazza molto malata, prima nella testa che nel corpo, perché aveva una mente da anoressica, come tutte le persone che soffrono di questo disturbo era anoressica nel cervello. Non sapevo che fosse morta",
alla base sta anche una difficoltà di accettazione del proprio stato, il proprio corpo fino al totale misconoscere la propria azione dolente verso il corpo.
Le terapie nei centri di riabilitazione hanno un bel da fare a innescare un processo di guarigione. La persona malata è la prima a non riconoscere il problema fino ad arrivare alla conclusione che si voglia creare una pressione sul suo stato e le sue capacità di prendere decisioni. E poi, non sono persone con problemi logici, o intellettive. Più delle volte si tratta di persone con un quoziente di intelligenze più alta della media, dando così filo da torcere a chi gli vuole convincere del “contrario”.
Sembra di fatto, da studi svolti in Germania[1] (e magari altrove) che la sede di questo disturbo, che colpisce sostanzialmente solo ragazze da una certa in poi, stia in un centro cerebrale che gestisce le informazioni inerenti alla cinestesia. Questo centro è responsabile affinchè noi sappiamo dove si trova la nostra mano, o il nostro braccio nello spazio pur con occhi chiusi. E al contempo è responsabile, forse conseguentemente, della gestione e consapevolezza dell’ingombro del corpo umano. E in questo contesto, fa parte del grande mondo del senso del tatto.
Una studentessa, che attualmente elabora una tesi di laurea esaminando possibilità di intervenire nella terapia riabilitativa applicando modelli di food design, mi raccontava il seguente episodio:
Un giorno, durante una festa, una ragazza con visibili problemi di anoressia, ha potuto vivere un’esperienza fondamentale per il riconoscimento della sua “diversità”: il gruppo di persone, con il quale stava parlando, si era spostato e lei, per seguire, era passato senza alcuno sforzo tra due colonne che lasciavano uno spazio strettissimo. Una volta passata, probabilmente a fronte degli sguardi stupiti degli altri, si era reso conto di occupare uno spazio davvero minuscolo, apparso visibile ai suoi occhi. Dovette riconoscere, a questo punto, il suo stato fisico.
Questo episodio darebbe ragione alla ricerca tedesca, ma le cause e effetti sono assai differenti da caso a caso per poter generalizzare. Come nella ipovisione, dove ogni persona colpita ha una esperienza personale e diversa nell’interazione con il mondo, così è anche nell’anoressia: molto dipende dall’educazione, l’interazione e rapporto con l’ambiente e in modo particolare i famigliari, e ancor più da una serie di coincidenza nella gestione cerebrale del imparare e gestire il cibo. Possono essere cause legate a traumi, o a malattie. Sono ben lontano da voler dare indicazioni relativo a questa terribile, in quanto sublime malattia. Ritengo però, che la ricerca per trovare le sue cause devono andare avanti e oltre di applicazioni nutritive.
Colpisce pertanto, che anche una volta reso famoso come nel caso di Isabel Caro, il percorso del destino non si devia.


[1] Grunwald M., Gertz H-J., Storung der haptischen Wahrnehmung bei Anorexia nervosa, in Grunwald M., Beyer L., Der bewegte Sinn, Basel 2001, pp 135-150



Link alla notizia su 20 minutes:
http://www.20minutes.fr/article/644988/societe-isabelle-caro-ex-mannequin-engagee-contre-anorexie-morte-28-ans

Link youtube con intervista a Isabel Caro sulla campagna di Oliviero Toscano:
http://www.youtube.com/watch?v=nXSWOSuA5bA&feature=fvw

I sogni dei Robot

Mostra al Kunsthaus di Graz

Metropolis di Fritz Lang

I sogni dei robot. Ma cosa sognano? Una domanda che si era già fatto Philip Dick, anche ponendo una accento più concreto sul cosa potrebbero sognare: Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Da questo titolo, come sicuramente tutti sanno, è stato tratto il film Blade Runner, che ha avuto un enorme successo e che definisce all’interno del suo trama il limite tra umano e androide:

Andriode Roy in Blade Runner

« Io ne ho... viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser…
E tutti quei… momenti andranno perduti nel tempo…
Come… lacrime… nella pioggia…
È tempo… di morire… »


Sono mondi diversi al quale appartengono macchine e uomini, e la loro convivenza è segnato, nella maggior parte della letteratura fantascientifica in un eterno conflitto tra potere e riconoscimento. Il trama avviene nella Los Angeles del 2019, e ormai, se vogliamo essere precisi, non mancano tanti anni perché il 2019 sia realtà. Tuttavia, come si è già visto con 2001 – Odissea nello spazio, o Ritorno al Futuro, l’evoluzione tecnologica non vede una accelerazione tale da immergerci nei scenari cupi e preoccupanti dei visionari. L’evoluzione tecnologica all’apparenza è più lenta, ma vorrei piuttosto affermare, che è più sublime e meno evidente. Cose inventate e funzionanti magari non hanno ancora sconvolto la terra, oppure lo fanno con una veste molto più comprensibile e “usabile” per garantirsi il loro successo commerciale.
Mostra Kunsthaus Graz

A Graz, nella Kunsthaus (Museo di Arte Contemporanea), si tiene in questo momento una mostra che prende in prestito proprio un titolo della fantascienza: I sogni dei robot (Roboterträume) una raccolta di Isaac Asimov. Diversi artisti, tra i quali Stelarc, manifestano la loro idea di un interazione uomo-macchina, in un contesto più artistico, facendosi le domande sulla Intelligenza Artificiale e tutte le sue influenze nel rapporto con l’uomo.
Un tema importante, condividendo quanto esprime Charles F. Kettering in Seed for Thought nel 1949:
“Tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché la dobbiamo passare il resto della nostra vita.”
L’arte, come sappiamo, è un filtro magico per vedere e analizzare le tendenza più effimere della nostra società, e riesce, anche se spesso in modo incomprensibile ai suoi contemporanei, esprimere un futuro ancora in avvenire.
Mostra al Museo d'Arte di Lugano passata
ManRay

Per un ulteriore approfondimento segnalo il sito del Museo d’Arte di Lugano dove si è tenuto una mostra con un tema simile (ma forse ancora più adatto per un analisi più dettagliata tra uomo e macchina):

29/12/10

Viaggio in treno – La prossemica del viaggiatore in seconda


Il viaggio in treno in Italia sta sicuramente vivendo un revival, e i numeri della FS confermano che gli investimento per l’Alta Velocità danno ragione: la scelta fatta di creare collegamenti interurbane ex-nuove per garantire un servizio di collegamento veloce, ha convinto più di un milione di persone all’anno di passare dall’aereo al treno. Non c’è anche da meravigliarsi, visto che il viaggio in aereo non finisce con atterraggio, ma attende ancora la trasferta (più o meno costosa) dall’aeroporto in città.
Progetti di ristrutturazione e realizzazioni di stazioni ferroviarie in Italia

E’ senz’altro anche il revival delle stesse stazioni ferroviarie, che si stanno trasformando da cupi e sporchi aule, che di quella glorificazione della tecnologia inizio novecento con architetture avveniristiche non hanno più nulla a che fare, in veri centri commerciali. Negozi, vetrine, vetro, acciaio, intrattenimento fino ai binari con tv pubblicitaria e una musica nauseante.  C’è anche qualche aggiornamento sul piano dell’accessibilità, un numero sempre crescente di binari è dotato di ascensore e un marciapiede rialzato per facilitare la discesa e salito al treno.
 
Clochard nelle stazioni (vecchie)

Diventa anche più evidente la miseria e la povertà in cui giace una parte della popolazione e che cerca rifugio quotidiano nelle gallerie sotterranei e panche sui marciapiedi delle stazioni. La loro naturale mimetizzazione, fatto di coperte grigie e cartone ondulato marrone, in un mondo fatto di acciaio e vetro fallisce: nella natura, chi è indifeso e perde la capacità di mimetizzarsi, è destinato alla estinzione. In un certo senso, questo è vero anche per i clochard della stazione, solo che non si estinguono ma devono abbandonare la loro dimora.

A fianco a queste meraviglie del inizio XXI secolo, rimane tuttavia il vecchio Regionale, anche se con l’ultimo cambio orario molti di loro sono diventati Regionale Veloce (RV). A quanto pare non è cambiato il prezzo, e per quanto riguarda l’addizione “veloce”, qualcuno ha fatto i calcoli per i propri percorsi concludendo di risparmiare ben 3 minuti. Per il resto, non è cambiato nulla, e dai piani di investimento, come risultano da un articolo della Repubblica nei giorni prenatalizi, per il 2011 si deve aspettare solo ulteriore tagli che si traducono in soppressione di alcune linee pendolari che, secondo la FS, sono in perdita.  

Interno di Treni Regionali diversi

E’ piuttosto interessante osservare come un regionale si popola durante i suoi tragitti. C’è di base una differenza notevole tra quelle “vecchi” (sì, in realtà sono tutti vecchi, come dirà qualcuno) con scomparti da 6 e la porta scorrevole, e quelli aperti con gruppi da 4, che diventano da 3 vicino alle porte di accesso. Inoltre ho vissuto anche quelle “miste”, con alcuni suddivisioni all’inizio di un vagone e uno scompartimento completamente aperto al centro. In quest’ultimi i divisori sono completamente in vetro, e chi non ha una vista da falco rischia di sbattere il naso su una lastra di vetro – anche di taglio. Ultima meraviglia del design, sono le porte di accesso che divide la zona di transito, wc e entrata con l’abitacolo. Chi sta seduto a fianco a queste porte con una maniglia unica, può osservare che praticamente nessuno è in grado di aprire la porta al primo colpo. Tanto ci sono solo 4 possibilità: destro tirare, destro spingere, sinistro tirare, sinistro spingere. Il fatto è che, una volta che il treno è fermo in stazione, la voglia di esercitare le 4 possibilità di apertura non viene preso come un gioco simpatico, e qualche porta ha anche rischiato la distruzione più violenta.  E’ un momento vicino al panico pensare che il treno riparta senza essere sceso.

Le varie suddivisioni dei vagoni porta anche ad una differenza dal punto di vista della socializzazione. Su carta, uno potrebbe supporre che i vagoni aperti creano maggiore visibilità e conseguentemente una maggiore comunicabilità all’interno di una zona ampia della persona seduta. Intanto, noto che ognuno, quando arriva, cerca un gruppo da 4 vuoto, o al massimo non occupato da una persona che non ha sparpagliato le sue cose intorno a se, ma che rimane in certi limiti di occupazione dello spazio. Solamente con l’aumentare della densità vengono occupati posti più scomodi, o si chiede addirittura se un posto occupato da una borsa o zaino fosse libero. A questo punto, c’è ampia possibilità di comunicazione, ma posso costatare, con i migliaia di chilometri percorsi in questi treni, non è affatto così. Difficilmente persone che non si conoscono si mettono a conversare. Succede solo a fronte di un evento che accomuna i loro destini e quindi hanno, come dice Norman, un destino comune da discutere.

Sempre basandomi sulla mia esperienza, posso invece trarre una conclusione diversa sui vagoni con scompartimenti da 6: o se fossero vagoni letto o da sedere, poco cambia. Regolarmente la gente si mette a chiacchierare, a condividere l’esperienza del viaggio, come più delle volte si arriva a raccontare la propria vita. Perché questo? Non sono sociologo, ma credo che le risposte non siano particolarmente difficile da trovare: da una parte si tratta di un numero di persone limitato, limitato anche da un contesto spaziale e una persona si può effettivamente concentrare su quell’individuo che ha di fronte. Si sente al sicuro da una parte, isolato da un ambiente più ampio e più difficile da gestire. Si crea un vero e proprio nucleo sociale, che in poco tempo può “difendere” il proprio spazio conquistato una volta ammesso allo scompartimento e chiusa la porta scorrevole dietro a se. Per questo c’è anche maggiore necessità di conoscere l’altro, per capire che “alleato” si ha di fronte. E’ chiaro, nel momento che l’aspetto esteriore di una persona non è invitante, un viaggio in uno scompartimento non è tranquillo e diventa piuttosto inquietante. C’è però anche qui da annotare, che più delle volte l’apparenza inganna, e la persona con un aspetto piuttosto inconsueto si rivela simpatica. Anche qui: ci si associa al gruppo presente con un comportamento idoneo alla situazione, piuttosto che cercare il contrasto.

Non nascondo, dopo questa “idealizzazione” dal punto di vista della socializzazione, ci sono anche dei problemi, e come al solito, non tutto quello che brilla è oro: gli scompartimenti troppo chiusi possono indurre malintenzionati ad entrare in azione, e le notizie a riguarda si trovano regolarmente nei giornali locali.

 Interno della Alta Velocità

A conclusione, mi verrebbe da pensare che la prossemica, che sta alla base di questo comportamento almeno per quanto riguarda l’impostazione degli spazi, viene comunque tropo poco considerata. Se è vero che con un vagone a scompartimento unico posso gestire un numero superiore di posti a sedere, c’è anche da dire che la qualità di viaggio aumenta notevolmente per chi piace il contatto umano. Potrebbe essere una proposta per i nuovi treni di alta velocità: visto il prezzo elevato (elevatissimo), in cambio di un ulteriore servizio. Un viaggio “isolato” a scompartimento aperto, in file da due (tra l’altro, le sedie singole all’inizio del vagone sono sempre occupati), oppure un viaggio “comunicativo” a scompartimenti chiusi, da 6. Va risolto il tema della sicurezza, certamente, ma dove c’è una volontà, si trova anche la soluzione.

Come scrive Umberto Eco nell’introduzione del libro di Hall, “La dimensione nascosta”, ed. 1991: “La dimensione nascosta ci parla della vita di tutti i giorni, solo che di colpo ce la presenta sotto una luce nuova. In altre parole, ci parla di una dimensione in cui vivevamo da sempre, senza accorgercene. La nuova dimensione è quella dei comportamenti culturali della comunità in cui viviamo, che appaiono densi di significato anche quando si esplicano per abitudine e d’istinto.”

Per un approfondimento sulla prossemica:
E.T. Hall, La dimensione nascosta, Bompiani
Per un riassunto (non verificato per la sua qualità):

28/12/10

Quando la tecnologia ci toglie il feedback ambientale

Auto elettrica del futuro
Nell’interazione dei vari sensi, l’uomo di regola non percepisce una preferenza o predominanza di un senso, a patto che ne può usufruire in maniera ponderata e coerente. Uno stimolo esterno, normalmente non è di parte, e non colpisce solo l’orecchio o solo l’occhio, ma crea un impulso complesso da far rispondere il sistema sensoriale in maniera strutturata e interattivo. Tant’è che per la vista c’è un controllo audio, mentre per l’olfatto magari c’è sia un controllo visivo che tattile.

L’esperienza con la quale l’uomo affronta l’ambiente, orientandosi e muovendosi sui suoi passi, è regolata da un equilibrio di tante conoscenze e esperienze, alle quale fa riferimento per ogni situazione e per ogni conseguente reazione. Gli serve per accelerare l’elaborazione e  interpretazione dei segnali ambientali, senza dei quali ovviamente avrebbe avuto in passato molto meno possibilità di sopravvivenza e che oggi lo aiuta a comprendere la sempre crescente complessità dell'ambiente (costruito, antropizzato).

Un esempio piuttosto significativo di un rapporto diverso tra uomo e ambiente costituiscono le auto elettriche: se da una parte fanno parte di un evoluzione “green” e portano ad un consumo di risorse fossili più consapevole, la loro apparizione nel traffico cittadino comporta invece una prova nuova per i sensi umani : fino a 25 km/h questi veicoli sono completamente privo di rumore, e solo con velocità aumentata si possono individuare attraverso i rumori del rollio delle gomme, cosa che nel caos urbano potrebbe anche non essere percepito.
A questo punto è necessario rendere rumoroso un oggetto in modo "artificiale" per garantire un certo adeguamento. Una volta tanto che la tecnologia ha reso un servizio, che poi non viene apprezzato.

Auto commerciale elettrica 2010
Auto elettrica del 1941

A questo si aggiunge, che l’immagine di un auto elettrica viene spesso ancora associato ad un design avveniristico e futuristico, fatto di materiali leggerissimi e uso di abitacoli molto vetrate. Insomma, di un "brave new world" che deve ancora venire. Ma in realtà, la tecnologia si nasconde in auto piuttosto “quotidiane”, cosa che non rende più facile l’individuazione del mezzo in movimento, magari scambiato inizialmente per una auto parcheggiato.

Anche perché, se vogliamo essere anti-ambientalisti, ci piace ancora girare la testa quando sentiamo il ruggito di un motore poderoso a 7000 giri …

Tatto, Udito e Vista a confronto

A Comparison of Tactile, Auditory, and Visual Feedback in a Pointing Task Using a Mouse-Type Device
Motoyuki Akamatsu, I. Scott MacKenzie, Thierry Hasbrouc



Foto: primo mouse, Inv: Douglos Engelbart, 1968

Segnalo uno studio interessante che mette in evidenza la qualità differente di vari feedback:
http://www.yorku.ca/mack/Ergonomics.html

Ergonomia emozionale? La ricerca del coinvolgimento totale.


L’ergonomia, da come nasce nel 1949 attraverso la creazione della associazione del termine con gli interessi interdisciplinari di diversi ambiti scientifici intorno alla relazione uomo-macchina-ambiente, “è stata creata”, come sottolinea Jean-Claude Sperandio[i], “appositamente per non privilegiare nessuna delle discipline già esistenti e per riunire in una definizione unitaria tutti coloro che si occupavano, a diverso titolo, di studiare l’uomo al lavoro e i modi di organizzare il lavoro. Ecco il motivo per cui né gli psicologi, né i fisiologi, né i medici, né altre figure  possono considerare l’ergonomia un campo loro esclusivamente riservato.” Tant’è che negli anni a seguire, l’ergonomia da una parte si stacca per un certo verso da una più specializzata scienza del lavoro e dall’altra parte aumenta il suo campo di applicazione verso ambiti sempre più lontani dal vero posto di lavoro fisico. Ciò accade in quanto il lavoro stesso cambia in una società che si tecnologizza anche in ambito domestico e di tempo libero: il computer non è soltanto mezzo di comunicazione ed elaborazione dati legato ad una attività imprenditoriale, ma ricopre un sempre crescente spazio nella gestione degli affari domestici e soprattutto nell’intrattenimento.

Pertanto, anche quello che viene tradizionalmente definito “ergonomia cognitiva” vive una rivisitazione dei suoi contenuti e conseguentemente del suo significato, in quanto non è più solamente lo studio dell’usabilità, della capacità umana di prestare attenzione ai sistemi di controllo e la previsione di eventuali errori umani, legati a interfacce poco coinvolgenti o comunicanti.
Lo sconvolgimento arriva proprio dalla saturazione multimediale del mondo privato, tra cinema 3D e video game interattivi, dove una maggiore attenzione verso il fruitore ha creato parametri di paragone che difficilmente un prodotto come un programma di scrittura o di preventivazione economica possa soddisfare. L’utente oggi viene confrontato con un mondo virtuale avanzato, aumentato. Questo in funzione di una maggiore vendita di prodotto e fidelizzazione attraverso un meccanismo del “me too”, del tribal marketing. Cosa che i sistemi tradizionali di vendita, gestione e utilizzo non hanno ancora raggiunto.
Come sottolinea Francesca Tosi[ii], “la componente sensoriale e percettiva del rapporto tra individuo e il mondo che li circonda, costituisce una dei terreni privilegiati dell’ergonomia, i cui strumenti teorici e operativi traggono origine dagli “human factors” ossia della conoscenza sulle caratteristiche, le capacità e le esigenze degli individui …” In questo contesto si inseriscono i “new human factors, rivolti alla valutazione e al progetto della piacevolezza d’uso e delle qualità sensoriali ed emozionali del prodotto.”
Visto questa sua aggiornata definizione, l’ergonomia potrà contribuire attivamente allo sviluppo di un nuovo ambito di marketing più emozionale, interessandosi alle questioni di piacevolezza, emotività, sensorialità. Come è sua caratteristica, cioè di raccogliere e gestire informazioni provenienti da diverse aree disciplinare, forse questo aspetto così “umano” del nostro reagire trova un senso più profondo: gli studi neurofisiologici, gli studi di psicologia, ma anche psicoterapia, scienza di cultura e comportamento sociale contribuiscono ad una comprensione allargata di una interazione uomo-macchina maggiormente basata sull’coinvolgimento emozionale.


[i] Sperandio J.C., La psicologia in ergonomia, Bologna 1983, pag 13
[ii] Tosi F., L’approccio ergonomico allo studio e al progetto della qualità sensoriale, in Gussoni M., Parlangeli O., Tosi F., Ergonomia e progetto della qualità sensoriale, Milano, 2008, pag 43-44.

Si è ciò che l’uomo mangia


1. Sviluppo di un prodotto sensoriale: il cibo

Nella rivista Ventiquattro di ottobre si poteva leggere un articolo sul futuro del cibo.
“Per un nuovo snack, per esempio, l’idea iniziale può venire dai dipendenti dell’azienda che intende produrlo (spesso si fanno sondaggi in fabbrica) o anche dal pubblico. Esistono infatti agenzie specializzate che chiedono ai consumatori di cosa avrebbero voglia. (…) Come per un sugo o un wurstel, si parte dall’aspetto del packaging e del contenuto. Si modificano foto e snack già in commercio – l’Image Lab di Kraft, cuore pulsante del suo reparto di R&D, si spinge oltre e “photoshoppa” gli oggetti più vari trasformandoli in dolci digitali – poi se ne sottopongono le immagini al giudizio dei consumatori. Sarà una barretta particolarmente spessa? Da mordere sugli angoli o larga come un solo boccone? Con una striscia colorata in superficie? Per gli snack virtuali che passano questo primo esame studiano i costi di fabbricazione, stoccaggio e distribuzione, e si elaborano ricette con il supporto di psicologi della percezione, sound designer specializzati in cibo, artisti, nutrizionisti, economisti, chimici, pubblicitari e infine cuochi.
Il campione viene quindi ritestato sul target: l’inedita nuance di marrone suggerita dai psicologi è risultata stimolante, e non sgradevole, al pubblico over 40 cui lo si vuole destinare? La sua forma è in grado di evocare emozioni adulte senza violare alcun tabù culturale? La sua farcitura alla fragola è troppo rossa per sembrare naturale?”

Sasha Carnevali, Cosa mangerete, Ventiquattro, N°10 del 1° ottobre 2010


La creazione di un nuovo prodotto coinvolge sempre una serie si specialisti, e più complesso è un prodotto, più tempo ci si mette per svilupparlo e per metterlo sul mercato. Più sono anche i rischi di fallimento, mentre a quanto sembra, le vere innovazioni, o addirittura rivoluzioni tecnologiche o funzionali sono una rarità. Pertanto le grandi aziende producono in continuazione enorme quantità di proposte, persino prodotti immessi nel mercato per non farsi sfuggire nessuna occasione di mercato, pur consapevoli che la maggior parte di prodotti avrà una vita breve e sparirà presto dai reparti e scaffali.

Questo non significa, in un processo globale, il fallimento (del prodotto, di un reparto) per l’azienda, che appunto produce soluzioni per testarli e per capire il comportamento dei suoi possibili clienti. Un numero gigante di idee e prototipi corrisponde ad una percentuale molto più piccola di soluzioni prodotti realmente e solamente un numero irrisorio porterà al successo sperato. Nel campo del prodotto costoso, tecnologico, dove un prodotto errato (per qualsiasi motivo, e se fosse “semplicemente” per il fatto che non piace) costituisce anche un pericolo di sopravvivenza per l’azienda come per esempio nel mercato automobilistico, è evidente che si “scherza” meno con verifiche di “piacevolezza” direttamente sul mercato. Invece, a quanto pare, sul mercato del cibo, è piuttosto pratica comune.


Forse anche comprensibile se si pensa quali sono i parametri da controllare per il successo del prodotto: gli aspetti sensoriali. Gli aspetti sensoriali, quindi quella parte del corpo umano che viene sollecitato da stimoli provenienti dall’esterno per essere elaborato al livello cognitivo, sfuggono tuttavia ad un controllo matematico, nonostante gli grandi sforzi della scienza, e rimangono un corpus soggettivo, al quale ognuno reagisce in modo differente. Possono infine creare emozioni, che per un verso o l’altro influiscono lo stato d’animo. Per un cibo, piuttosto facile se si pensa che oltre alla vista vengono coinvolti olfatto, gusto e tatto, ognuno per modalità e sollecitazione diversa.
2.  Coinvolgimento emotivo


“Le emozioni sono una realtà molto complessa e, in gran parte, ancora misteriosa, nonostante nel corso dei millenni siano state esplorate da filosofi e letterati, e siano state studiate scientificamente in modo sistematico da oltre un secolo a vari livelli (biologico, soggettivo, relazionale, culturale). La complessità delle emozioni dipende essenzialmente dal fatto che esse, congiuntamente, hanno profonde radici neurobiologiche nel nostro organismo, sono un’esperienza soggettiva dotata di importanti significati in connessione con i propri interessi e scopi, hanno una valenza sociale nelle relazioni con gli altri e sono definite dalla cultura di appartenenza. Tutti questi aspetti interagiscono fra loro e s’influenzano a vicenda in modo profondo, con la conseguenza che le emozioni costituiscono esperienza multiforme che attraversano e pervadono tutto il nostro organismo in ogni sua aspetto. Una complessità talvolta così elevata che diventa difficile persino dare un nome alle proprie esperienze emotive.”

Luigi Anolli, Introduzione in Keith Oatley, Breve storia delle emozioni, Bologna 2010


A fronte di tale complessità è significativo che anche per la creazione di un nuovo prodotto “cibo” si parta dagli aspetti visivi, come accennato sopra, in quanto si parte dal packaging e del contenuto. Il contenuto viene “esplorato” attraverso tecniche digitali per raggiungere un primo grado di estetica e aspetto gradevole per un eventuale target di utenti. Si può dedurre, che gli aspetti estetici visivi siano condivisibili, siano descrivibili (cosa piuttosto importante durante la valutazione del prodotto) e siano valutabili. Un aspetto piuttosto sorprendente è il tardo coinvolgimento del cuoco (per lo meno nell’elenco sopracitato), figura professionale per eccellenza della creazione di cibo e piatti prelibati. La produzione di massa, evidentemente, non cerca il palato fine di uno chef, ma le capacità del marketing a comunicare il carattere richiesto dal mercato per un nuovo prodotto: è esempio la Red Bull, bevanda che deve il suo successo soprattutto al marketing.

“La percezione della qualità da parte dei consumatori dipende da molti fattori. Utilizzando specifici metodi di verifiche sensoriale si possono misurare la qualità della percezione sensoriale e il godimento. Mentre il consumatore può fare affermazioni sul fatto che il prodotto piace o non piace, esaminatori addestrati possono dare dichiarazioni differenziate su aspetto, odore, sapore del cibo e sulla sensazione in bocca che innesca. Per questo tipo di analisi si usa l’uomo come strumento di misurazione. A differenza di una bilancia o un gascromatografo, l'uomo non è molto selettivo - le singole percezioni non possono essere percepite in isolamento anche dopo molta formazione. Inoltre, l’uomo viene fortemente influenzato da fattori endogeni ed esogeni, per cui il giudizio sensoriale può essere distorta.” 





Anche in un istituto rinomato come il TTZ di Bremerhaven, che è specializzato sulla valutazione del cibo, e infine sulla definizione quali saranno i trend di cibarsi in un prossimo futuro, la prova viene fatta dal e con l’uomo, misuratore della qualità sensoriale. E anche in questo caso, il coinvolgimento congiunto di più sensi riesce a stabilire il successo di un prodotto: vista, udito, olfatto, gusto e tatto. 

3.  Il ruolo dei sensi


“I colori influenzano moltissimi aspetti della nostra vita. Per cominciare, sono in grado di alterare nettamente il sapore di cibi e bevande: provate, usando coloranti alimentari, a tingere il latte di rosso o l’aranciata di blu. Il pane colorato, introdotto negli Stati Uniti qualche tempo fa, rimase sugli scaffali. Proviamo repulsione per cibi di colore sbagliato anche quando sappiamo che le loro proprietà nutritive restano invariate, e che  nessuno sta tentando di avvelenarci. Ai partecipanti ad un esperimento venne offerto un pasto a base di bistecca, patatine fritte e piselli, colorati in modo abnorme ma serviti in condizioni di illuminazione tali che non fosse possibile rendersene conto. Il cibo riscosse grande successo finché non vennero accese le luci. La constatazione che in realtà la bistecca era azzurra, le patatine verdi e i piselli rossi ebbe effetti così dirompenti che quasi tutti i commensali furono presi da una violenta nausea.”
Paola Bressan, Il colore della luna, Bari 2008

E’ innegabile che la vista gioca anche per il consumo del cibo un ruolo fondamentale, e ricerche come quello sopracitato, o semplicemente l’aspetto di piatti particolarmente elaborati suscitano un forte coinvolgimento emotivo ancor prima del consumo. Il tutto nasce ovviamente nella capacità dell’uomo di distinguere cibo sano e fresco da quello vecchio e marcio, in modo da evitare intossicazioni. Questa caratteristica è talmente forte, che nonostante l’industria alimentare stia provando a rovesciare certi abitudini, almeno affinché si tratta di cibo naturale.


Chi ha vista “Ratatouille” di Walt Disney ha ben presente l’effetto suscitato dal piatto omonimo sul critico Albert Ego: un viaggio nel tempo, nella memoria della sua infanzia. Ecco come il profumo, quindi l’olfatto entra in gioco nel momento in cui la forchetta con la prima porzione tocca la lingua e la cavità orale.
Ma a quanto gli esperti del TTZ, e del Centro Ricerche Nestlè, gli aspetti della croccantezza ricoprono un ulteriore aspetto fondamentale: sinonimo di freschezza, il suono di un cibo racconta della sua consistenza. Quindi vengono coinvolti udito e tatto, per quanto accompagnato dal rumore piacevole di un pane che scrocca: c’è la resistenza tra le dita della mano e la tessitura della sua superficie a creare un legame tra aspetto e fisicità del cibo stesso.

Per qualche approfondimento ulteriore:

23/12/10

L’esperienza sensoriale del mondo sconosciuto: la scoperta di Helen Keller

"Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma nell'uso che ne facciamo, nell'immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là dei sensi."

Helen Keller, The five-sensed world, 1910


Nella vita di Helen Keller (1880-1968), resa famosa di essere la prima persona sordo cieca ad essersi laureata nonostante le sue grandi difficoltà di percepire e interpretare il mondo. Rimando al sito http://it.wikipedia.org/wiki/Helen_Keller per la avvincente lettura della sua storia, che viene citata in molti testi sulla percezione e esplorazione tattile da parte di persone non vedenti.




Il film “The Miracle Worker”, (italiano: Anna dei miracoli, 1962) che racconta la storia della sua insegnante Anna Sullivan, anch’essa parzialmente cieca, culmina nella scoperta di Helen della sensazione di capire cos’è acqua. Una scoperta fatta, in esclusività possiamo soffermare, dal senso del tatto, dato che non sente il rumore e non vede lo scorrere dell’acqua. Ma l’impatto è così forte, che anche questa ragazza, fino a quel momento solamente viziata da genitori completamente privo di speranza di riuscire a educare la figlia, si rende conto che l’ambiente è fatto di materia, di sensazioni, e probabilmente di emozioni. Da lì parte un lungo percorso di conoscere il mondo, e di conquistarlo in maniera davvero sconvolgente.

Questo evento conferma una frase chiave nel pensiero kantiano di una antropologia dal punto di vista pragmatico: “La mano è la finestra della mente”.
Le immagini parlano da solo, e si può solo immaginare la curiosità con la quale si apre la finestra al mondo, attraverso il tatto.

Nel libro “Storia naturale dell’occhio” il giornalista Simon Ings “utilizza” la sensibilità tattile di Helen Keller per descrivere i vari punti salienti che creano la differenza tra percezione tattile e percezione visiva. La distanza con la quale vengono colte dettagli di una statua sono rilevanti nel descrivere le differenza tra i due sensi: è evidente che la vista riesce cogliere cose senza dover essere in contatto diretto con l’oggetto. Anzi, troppo vicino fa perdere anche la capacità di interpretare correttamente l’oggetto, concentrandosi su un dettagli, su una piccola parte di superficie illuminata. Quindi, possiamo affermare, che la vista necessità per certi versi proprio la distanza per cogliere le informazioni corrette di un oggetto o uno spazio. Al contrario il tatto: solo la vicinanza, il tocco rende percepibile l’esperienza sensoriale. Ma, contrariamente il “tastare attivo” riesce ad esplorare e generare un “immagine” cerebrale dell’oggetto intero senza dover girare intorno. Come fa notare Ings, la vista è limitato in questo senso.

La vista fa percepire il colore, ma non il peso e il calore di un oggetto. La texture infine di una superficie viene percepita al livello della vista, ma solo esclusivamente sull’esperienza di una superficie simile precedentemente esplorata tattilmente.

Olfatto e memoria


“… in una giornata d’inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po’ di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché mutai d’avviso. Ella mandò a prendere uno di quei biscotti pienotti e corti chiamati Petites Madeleines, che paiono aver avuto come stampo la valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. Ed ecco, macchinalmente, oppresso dalla giornata grigia e dalla previsione di un triste domani, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzetto di madeleine.

Ma nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di biscotto toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito rese indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità inoffensive, la sua brevità illusoria, nel modo stesso in cui agisce l’amore, colmandomi d’una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso. Avevo cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Donde m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch’era legata al sapore del tè e del biscotto, ma lo sorpassava incommensurabilmente, non doveva essere della stessa natura. Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?(…)

E ad un tratto il ricordo m’è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di madeleine che la domenica mattina a Combray (giacché quel giorno non uscivo prima della messa), quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo aver bagnato nel suo infuso di tè di tiglio. La vista del biscotto, prima di assaggiarlo, non m’aveva ricordato niente; forse perché avendone visti spesso, senza mangiarli, sui vassoi dei pasticcieri, la loro immagine aveva lasciato i giorni di Combray per unirsi ad altri giorni più recenti; forse perchè di quei ricordi così a lungo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto s’era disgregato; le forme – anche quelle delle conchigliette di pasta, così grassamente sensuale, sotto la sua veste a pieghe severa e devota – erano abolite, o, sonnacchiose, avevano perduto la forza d’espansione che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza.

Ma, quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenuti ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo.”

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, vol 1, La strada di Swann, Torino Einaudi 1978


Ci sono sensi che creano un percorso interiore diverso: mentre l’odorato suscita forti emozioni e stima ricordi di eventi passati, o crea l’illusione di eventi e immaginazioni mai avvenute, il tatto al contrario è legata alla realtà dei fatti. Come diceva Braque, commentando la percezione spaziale con il tatto: “tattile è quello spazio che separa il soggetto dagli oggetti, mentre visivo è quello che stacca gli oggetti l’uno dall’altra.” E’ l’espressione della realtà che ci circonda, ancor più realistico della vista che è anche più soggetto a illusioni ottiche: è più frequente che un’immagine appare in un modo, anche se razionalmente conosciamo un dato di fatto diverso.

L’olfatto in più ci fa imboccare una strada ancora più in salito sulla via della percezione della realtà: i suoi recettori sono posizionati molto vicino ai centri di elaborazione cerebrali, che, come sostengono alcuni scienziati, porta anche ad un coinvolgimento più diretto degli stimoli esterni con minor filtri di attenuazione.

Forse una fortuna, che abbiamo perso durante il nostro grande percorso evolutivo molte delle caratteristiche che invece altri animali hanno ancora: una minore sensibilità ci rende anche più razionale e meno emotivo, come anche capace adattarci a condizioni ambientali tutt’altro che “ben odoranti”.

22/12/10

Robot love: dove il tatto rende umano

video

In questo straordinario video, quasi da non credere che si tratti di una pubblicità per un rasoio, viene evidente la forza immaginaria che il tatto ha sul corpo umano, in modo particolare su quelle parti più sensibili come la mano o il viso. Un tocco effimero basta per suscitare sensazioni, tanto più sono sensuali tanto più diventano significativo per un desiderio nascente. Una visione romantica, che viene più evidente in quanto c’è il contrasto robot-uomo, il quale, da quando esiste la fantascienza, costituisce un limite invalicabile tra potere e desiderio. Il confine reale, cioè quello che segna la supremazia dell’essere vivente in confronto alla limitazione artificiale, che nella letteratura e nel cinema viene volutamente messa in discussione, viene segnato proprio dal desiderio, espresso per di più da emozioni. Il futuro, rappresentato dai più celebri film come Odissea 2001 di Stanley Kubrick, o il celebre romanzo Blade Runner di Philip Dick, viene spesso volentieri rappresentato proprio nel conflitto tra uomo e macchina, e le emozioni espresse dai sistemi artificiali crea lo sfondo di eventi drammatici. In una cornici più risolutiva come Io Robot di Isaac Asimov, regalandoci tra l’altra le 4 leggi robotiche, trova una conclusione nel rendere di fatto il robot capace a gestire le proprie emozioni e di prendere decisione per il bene di tutti.
Come sottolinea Evans, “queste storie devono in parte il loro effetto al fatto che la capacità di emozione viene spesso considerata una delle principali differenze tra gli uomini e le macchine. Ciò vale certamente per le macchine che conosciamo oggi. … L’essenza dell’emozione consiste nel comportarsi emotivamente piuttosto che nei circuiti (neurobiologici) che mediano quel comportamento. L’emozione è quello che fa. Secondo questa definizione, si potrebbe dire che un computer ha delle emozioni se si comporta in maniera emotiva.”

A rendere comprensibile agli altri lo stato emotivo proprio, gli animali e l’uomo assume un atteggiamento e soprattutto quando assumiamo espressioni facciali e vocali. Quindi, si può declinare immediatamente senza andare ulteriormente a confermare l’importanza del viso per la psicologia della percezione, che il viso è l’interfaccia comunicativa dell’emozione. Trasferito questo concetto su oggetto non animate come computer, elettrodomestici, automobili etc, porta alla attribuzione di un carattere all’oggetto tecnologico, che è frutto di una interpretazione della composizione dell’interfaccia: fanali aguzzi, o fanali tondi esprimono già in una macchina un certo carattere. E con questo i designer abili giocano quotidianamente.

Da questa tendenza quindi di rendere “umano” oggetti inanimate, è un passo piuttosto piccolo verso una più complessa attribuzione di “caratteristiche vitali”, quali emozioni, coscienza, carattere ad oggetti tendenzialmente pensanti come computer o robot. Quante volte ci si trova davanti ad un oggetto tecnologico a discutere un malfunzionamento, reclamando un comportamento orribile della macchina. In fondo però, va considerato che il malfunzionamento è nella maggior parte dei casi causato da un uso inconsapevole o inappropriato dell’utente.

Ma cosa rende davvero particolare la rappresentazione del film Robot love. Non è la semplice rappresentazione di un robot emotivo. Ancora qualche tempo, e microchip sofisticati saranno in grado di escogitare una serie di comportamenti attraverso la sequenza di movimento, colorazione o altro che possa rendere “reale” lo stato emotivo. Ma quello che rende una emozione davvero umana, è il fatto, come evidenzia proprio il filmato, che non basta simulare un comportamento emotivo, ma ci vorrebbe un sentimento vero basato sulla coscienza dell’individuo. Una emozione causa una reazione imprevedibile, legato ad un preciso momento, ed una precisa situazione. Pur gli stessi uomini, di fronte a situazioni simili reagiscono in modo diverso volta in volta. Tant’è vero che il morso sulla lingua con “se avessi fatto” è sinonimo della possibilità di cambiare reazione.

Le scene si svolgono all’interno di un’architettura organica, quasi come si trattasse dell’interno di cellule o fibre vegetali. Nel cuore della vita, un rifugio in un deserto dove vita non può esistere. E’ in questa cellula fertile che nasce questa relazione emotiva. E infine quello sguardo veloce, dopo il contatto fisico, che distrugge l’armonia e separa i due protagonisti, come se la vista fosse legata alla realtà, mentre il tatto al desiderio, al piacere. Ed è proprio così. E probabilmente, un’emozione artificiale, un sentimento delle macchine, potrà nascere solo attraverso la ricezione ed elaborazione sensoriale del tatto, assai più complesso che la trasmissione dei dati per la percezione visiva.

Il senso del tatto



“… Noi non potremmo mai aver cognizione del mondo in sé, ma sempre soltanto … dell’urto di forze fisiche sui nostri ricettori sensoriali”
F.P. Kilpatrick, La psicologia transazionale

“C’è un tipo generale di rapporto fra data di nascita del sistema ricettore in seno all’evoluzione e la quantità e qualità delle informazioni che esso trasmette al sistema nervoso centrale. Così, i sistemi tattili sono antichi come la vita stessa; e infatti la capacità di rispondere agli stimoli esterni è uno dei criteri base che testimoniano della vita di un organismo. La vista, invece, è stato l’ultimo e più specializzato dei sensi a svilupparsi nell’uomo. La vista divenne più importante e l’olfatto meno essenziale, quando l’antenato dell’uomo lasciò il terreno per gli alberi … La vista stereoscopica è essenziale per la vita sugli alberi: senza di essa, saltare da un ramo all’altro diventa davvero un affare serio.”
E.T.Hall, La dimensione nascosta

La percezione visiva guida la comprensione, la esplorazione e l'interpretazione del nostro mondo. Invece c'è un altro senso, non meno importante della vista, che sta perdendo terreno in quel ambito, che ha sempre caratterizzato l'homo faber: toccare, palpare e tastare per sentire, e poi, per lavorare l'oggetto. Questa caratterizzazione dell’uomo che crea, è profondamente legato alla stessa filogenesi dell’essere umano, ma anche della sua ontogenesi: da prima della nascita il tatto ricopre un ruolo fondamentale nella percezione dell’Io e contemporaneamente della distinzione del limite corporeo con l’ambiente circostante. E’ un rapporto di alta qualità, di affetto, di stimoli, ma anche di dolore. Afferma Montagnu, un uomo che perde il senso del dolore, del quale è responsabile un aspetto del senso di tatto, non è destinato a godersi una vita senza esperienze dolorosi, ma rischia con ogni più piccola ferita la vita.

Il tatto è un senso “multistrato”, che si divide in molti aspetti. Di fatto molti non parlano di 5 sensi del corpo umano, ma suddividono il tatto in tanti sensi quanti sono i vari ricettori responsabili per l’elaborazione di diverse stimoli: dai meccanocettori, nocicettori, esterocettore e intercettori. C’è anche qualche studio che lega il senso della cinestesia, quindi la capacità di controllare la posizione del corpo o di una sua parte nello spazio, alla capacità di avere una coscienza di se stesso. A tal punto, che persone che senso alterato come accade presso persone anoressiche, potrebbero trovare la causa dei loro problemi proprio nelle zone cerebrali responsabili per l’autovalutazione dell’ingombro corporeo.

Trainato dalle alte tecnologie touch, oggi il tatto perde via via le sue caratteristiche fisiologiche e sta per diventare meno fisico e più virtuale.

In un certo senso, là dove la tecnologia oggi sta conquistando terreno per aumentare la percezione visiva in una realtà aumentata, cioè nella percezione tridimensionale, il tatto sta perdendo capacità di lettura e comprensione tridimensionale per relegarsi un ambito più limitato delle interfacce piatte e senza contrasto: i monitor touchscreen, dai telefonini alle maschere interattive delle infopoint.