30/03/11

Inclusive design nel senso che sa fare tutto: le chiavi intelligenti.


Ci sono dei post che uno ha difficoltà di collocare: innovazione tecnologica o inclusive design? i due sono, visto da punto di vista "human oriented", parenti. In questo post qualche riflessione sulla tecnologia NFC (Near Field Comunication) che entra "pesantemente" nella gestione di pagamenti e più in generico, nella comunicazione bidirezionale tra oggetto e uomo.
La chiusura a distanza o il telecomando sono oggetti che fanno parte di ogni automobile da almeno dieci anni. Tanto che anche i ladri si sono “aggiornati” con apparecchiature elettronici per interrompere l’eventuale comando lasciando così l’auto aperto: pronto per essere svaligiato nel momento in cui il proprietario si allontana. Sfruttando una unica lunghezza d’onda, il fenomeno si è molto diffuso sull’penisola.

Questa premessa sconcertante per sottolineare un difetto delle tecnologie ad “onde”: mentre l’interazione meccanica/fisica implica anche un (inconscio) controllo dello stato della “macchina” (per esempio la chiusura con le chiave, oppure la pressione della maniglia della porta), i sistemi elettronici alleggeriscono questa interazione fino ad eliminarla del tutto, anche se fanno decadere per certi versi il controllo.
Il nuovo sistema che propone la Volkswagen sulla Passat è uno di questi: il sistema Easy Open permette alla persone di avvicinarsi alla parte posteriore della macchina e sensori rilevano la presenza della chiave nella tasca. Senza dover tirarla fuori, la macchina apre il porta baule. Per una persona con le mani impegnate un bel aiuto.

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http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=article&id=227:inclusive-design-nel-senso-che-sa-fare-tutto-le-chiavi-intelligenti&catid=71:inclusive-design&Itemid=80

27/03/11

Shopping automatizzato: come abitudini cambiano la cultura


Il mondo si automatizza. Non si intende l’automazione della produzione in massa, la catena di montaggio per intendersi. Ma l’automazione di una delle attività quotidiane più comuni: l’acquisto del alimento.
Ci sono tantissime situazioni in cui un distributore automatico, nata come “macchina del caffè” ha conquistato aree e applicazioni del tutto diverso dal suo impegno originale: dal servizio per il break d’ufficio alla vera sostituzione di una mensa con un ricco assortimento di snack e panini preconfezionati. E dal luogo privato del posto di lavoro si è trasferito al luogo pubblico: le stazioni si sono popolate di macchinette per far fronte alle esigenze del viaggiatore notturno o quello che non ha tempo fermarsi in coda al bar.

In molte città si sono diffuse macchine self service per il latte crudo, accorciando così notevolmente la catena di distribuzione facendo “guadagnare” di più quelli che sono direttamente coinvolti: l’agricoltore ha un ricavo più alto (nonostante che deve gestire la macchina) e il consumatore beneficia di un prezzo minore. Questa tipologia si è già ampiamente arricchita nella sua offerta con yoghurt, formaggi freschi e mozzarelle, e uova creando delle vere proprie “isole del prodotto fresco” in mezzo ad un parcheggio. Siamo in attesa del repertorio del mercato ortofrutticolo ….
Per continuare la lettura:
http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=71&Itemid=80

23/03/11

La conoscenza batte la tecnologia

Terremoto Yokohama / Tokyo 1923

Il tema del rischio tecnologico si ferma davanti a due avvenimenti: i primi sono i disastri bellici in quanto hanno un volontà distruttiva, al contrario di quanto non lo avesse un impianto in avaria. I secondi sono le calamità naturali, come il terremoto e lo tsunami.
Ma già in questo secondo caso, la tecnologia ha fatto ingresso, dopo che per secoli e millenni la predizioni di calamità era affidato all’astrologia e veggenti. Con una statistica alla mano e rilevamenti straordinari si tenta di predire in tempi quanto più ampi un evento straordinario. Oltre alla difficoltà tecnica, c’è poi anche un altro problema più sociale: e se la predizione fallisse? Il sistema tecnologico elabora un errore e mette in panico tutti inutilmente? La storia del “al lupo, al lupo”  quanto più attuale di quanto non si pensi.
E pure sarebbe da chiedersi a volte quanto la conoscenza geologica, meteorologica, biochimica e fisica del nostro pianetta e della nostra vita non sia già sufficientemente matura per poter calcolare seri rischi per la salute delle persone.
Il primo settembre 1923 un terribile terremoto di 8.3 sulla Scala Richter ha colpito le città di Yokohama e soli 40 secondi più tardi Tokyo. Scrive Bill McGuire: “Entro alcuni secondi migliaia di edifici, molti fatti delle tradizionali mura di legno e di tetti di tegole pesanti, crollarono in mucchi di macerie, uccidendo coloro che si trovavano all’interno. Il terribile frastuono dei massi in frantumazione e degli edifici che credevano si ridusse a un crepitio, più sordo ma ugualmente terrificante, di fiamme, quando gli incendi, causati dalle migliaia di stufe rovesciate, cominciarono a divorare il legno delle case. Alimentati da un forte vento, milioni di piccoli incendi presto formarono un’indomabile barriera di fuoco che penetrava attraverso le rovine. Uomini, donne e bambini sotto shock cercarono scampo in spazi aperti, ma invano. Le tempeste di fiamme li bruciavano vivi. In un area desolata, 40.000 individui finirono vittime del grande incendio, così pressati l’uno all’altro che i corpi carbonizzati vennero ritrovati ancora in piedi …  Il numero reale delle vittime non fu mai accertato, ma si stima che almeno 200.000 persone abbiano perse la vita… “
Terremoto Yokohama / Tokyo 1923
Questo racconto e resoconto non si discosta tanto da quello che è lo scenario di questi giorni nella stessa Giappone, a quasi 90 anni di distanza. Nonostante tutto, quando negli anni 90 il Giappone aveva preso coraggio e iniziato a costruire edifici alti con tutti i sistemi antisismici a disposizione, ha fatto scuola in tutto il mondo con la sua tecnologia, affidabile al punto da resistere ad un terremoto ancora più forte di quello del ’23: Scala Richter 9.0. Gli incendi erano pochissimi, i sistemi di interruzione di elettricità e altri shut down hanno avuto il loro effetto virtuoso.
Nel libro “Breve storia del Futuro”, Newth fa cenno al fatto che non c’è niente di più ridicolo che leggere una profezia sul futuro, quando ci si è passato in là nel tempo. In effetti, un piccolo assaggio di questo si ha ogni volta quando si vedono film come “Il ritorno nel futuro II”: di macchine volanti oggi non c’è traccia, per fortuna. Continua a scrivere McGuire nel suo libro “Guida alla fine del mondo – Tutto quello che non avreste mai voluto sapere”, del 2002:
“Nei primi anni del nuovo millennio le città gemelle di Tokyo e Yokohama si aspettano ancora un tragico colpo del destino; ma questa volta sarà molto, molto peggio – sia per il Giappone sia per il resto del mondo. Ora il potere industriale e commerciale di questa area rappresenta uno dei maggiori centri del mercato mondiale, con diramazioni che giungono agli angoli più sperduti della Terra, e che fanno funzionare una immensa macchina economica globale, da cui, oggi, dipende la ricchezza di tutte le nazioni del mondo. … Il territorio dei Tokyo e Yokohama, dal punto di vista geologico, è complesso, poiché tre delle maggiori zolle tettoniche della Terra convergono qui. Le tensioni enormi, che si associano ai movimenti relativi di queste zolle, sono periodicamente scaricate da improvvisi spostamenti lungo le faglie locali, che a loro volta portano a terremoti distruttivi, dove, a detta dei sismologhi, tali terremoti sarebbero in ritardi, o perlomeno in procinto di scatenarsi. …”
Quindi? Pur sapendo non si fa nulla? La storia si ripete. E ad aiutare che questa calamità diventasse un vero proprio disastro umano in parte ha aiutato anche la stessa tecnologia. Certamente, lo tsunami non può domare nessuno, ma costruire più di 55 reattori nucleari in una zona di così alto rischio sismico assomiglia ad un suicidio. Non è stato un incendio divampante tra le rovine delle casette a generare l’alto numero delle vittime e dispersi, ma l’acqua del mare infuriato come in un quadro di Hokusai. E poi, con un silenzio terrificante, la radioattività dei reattori di Fukushima.

La memoria ha gambe corte e non va lontano: moratoria ai progetti nucleari


Esce la notizia su Reuters, che “il Consiglio dei ministri ha approvato oggi la moratoria di un anno ai progetti per la costruzione delle nuove centrali nucleari in Italia, in conseguenza della crisi giapponese. Tramite un decreto legge vengono quindi sospese per un periodo di 12 mesi le procedure riguardanti la localizzazione e la realizzazione di centrali e impianti nucleari sul territorio italiano, mentre restano confermati il deposito per gli stoccaggi e l'Agenzia per la sicurezza del nucleare.”
Un blocco strategico di un anno per intraprendere nuove strade: “Adesso bisogna guardare avanti, per far sì che il nostro Paese, al di là dell'atomo, sia all'avanguardia nell'adozione delle nuove tecnologie energetiche, necessarie per ottenere un mix energetico più equilibrato e meno dipendente dalle fonti fossili. Penso per esempio alle fonti rinnovabili, che stiamo rendendo sostenibili economicamente per il sistema Paese, così da assicurare prospettive di pianificazione di lungo periodo alla filiera produttiva", conclude Romani nella nota.
O per far dimenticare l’accaduto. Tanto la memoria ha gambe corte e non va lontano.
Guardando la pagina Wikipedia sull’energia nucleare nel mondo, si vede molto bene quello che gli esperti dicono da tempo: 247 dei 427 impianti al mondo hanno 25 o più anni  e costituiscono il 58%, mentre 349 hanno 20 anni o più e quindi sono il 82% di tutti gli impianti. Si può dire, con una certa logica, che riceviamo la nostra energia da caldaie che hanno più di vent’anni. Vecchi e perdenti, in tutti i sensi. Con un piccolo, ma tragico problema che le stufe nelle case non hanno: non si possono smantellare perché costerebbe una follia.

22/03/11

Il blog di virtualtouchdesign festeggia il primo “compli-trimestre”


Il 2011 è iniziato per me con un salto evolutivo: da homo sapiens sapiens (si spera) a homo computerensis. Un salto di scoperta e di conoscenza (parzialissima), si intende.
A fianco alla pubblicazione dei post di vario genere, tra segnalazioni, citazioni e soprattutto riflessioni trasformati in parole scritte, una interessante attività è osservare “l’andamento” delle visite..
Si impara sempre, tanto, ogni giorno, leggendo, scrivendo, osservando. Ma che sia anche divertente - quasi quanto scrivere un post - vedere quante persone leggono e da dove provengono gli utenti, è una scoperta nuova.
La comunicazione nella rete inoltre è fatta di “amici” e di sconosciuti. I primi sono “vittima” del click su facebook o linkedin, i secondi per me ancora una incognita ….
Il  risultato ottenuto? Con 49 post Google ha registrato 1000 visite.

C’è però un'altra osservazione da fare: un blog funziona completamente diverso da un sito/portale. Mentre un blog mi sembra un forte attrattore di curiosi che però in mancanza di novità non tornano sul blog (e quindi non ci sono visite), il portale è lento, molto lento. Meno immediato nella sua capacità di comunicazione immediata, però, mi sembra di capire, è molto più costante. Senz'altro per gli intentitori nessuna scoperta nuova.

Così, nello stesso giorno di oggi posso trarre anche una conclusione sul sito: da un mese esatto ho Google Analytics per il mio divertimento giornaliero, per guardarmi il numero crescente dei visitatori. In un solo mese 100 nuovi visitatori con più di 200 visite e lunghi minuti di profonda consultazione: più di 1600 pagine. Certo, tutto è molto lontano da essere un sito di successo, tuttavia.

Un po’ sfacciato a comunicare tutto ciò? Ma anche questo è frutto di una riflessione: abituato a scrivere articoli e libri cartacei, un lavoro immane senza la soddisfazione di “conoscere” i propri lettori (almeno a livello di numero e provenienza), “l’approccio internet” rende più rimunerativo la voglia di comunicare. Almeno virtualmente. 

State of the World 2011 - Innovazioni che nutrono il pianeta


Segnalazione di un evento a Torino il 23.03.2011, ore 20.30 al Museo Regionale di Scienze Naturali di via Giolitti 36 a Torino.

«Viviamo in un mondo dove si produce più cibo di quanto se ne sia mai prodotto, ma dove la fame non è mai stata così diffusa». Si apre con questa affermazione una delle edizioni più importanti del rapporto State of the World.
L’idea secondo cui sarebbe possibile eliminare la fame nel mondo col denaro e la tecnologia è ora messa in discussione non solo a causa dei suoi limiti, ma anche perché si accumulano le prove che dimostrano che i nuovi approcci per la creazione di un sistema agricolo sostenibile possono efficacemente integrare o sostituire gli elementi dell’agricoltura standard.
Ciò è particolarmente vero nell’Africa subsahariana, dove migliaia di piccoli agricoltori attingono all’antica saggezza culturale e, servendosi delle nuove tecnologie, producono cibo in abbondanza, nel rispetto dei suoli locali e degli ecosistemi globali. Questa è la storia raccontata nel libro e nel progetto Nourishing the Planet del Worldwatch Institute.

20/03/11

Interfacce per nani e giganti: Accessibilità alle casse automatiche

Il pagamento del ticket all’ospedale è diventato un evento tecnologico: al posto della lunga fila davanti ad uno sportello con operatore, la fila si è spostato davanti ad una cassa automatica con schermo touchscreen e pagamento self, cioè l’utente di deve arrangiare, con una fila altrettanto lunga. L’idea che l’automazione diminuisca l’attesa davanti ad uno sportello è pura immaginazione, a volte l’attesa è più lunga.
La macchina osservata e usata in se per se non è difficile da comprendere e l’interfaccia touch, a patto che funzioni dopo un numero non contabile di “touch”, aiuta a procedere con l’operazione. Un alternativa per persone con problemi di vista non c’è, ma evidentemente non costituiscono una clientela negli ospedali (?!?!).
Ma a guardare meglio, e poi ad usare la macchina, ci si accorge che il progettista di questo congegno è stato poco attento alle questioni antropometriche. Le istruzioni di uso affissi sul frontale sono ad altezza ginocchio, e per leggere bisognerebbe piegarsi in avanti o inginocchiarsi. Poi le “bocche” di inserimento carta bancomat e banconote sono simili, e per complicare la scelta, sono stati posizionati vicinissimi uno sopra l’altro con il rischio di inserire la carta o banconota nella fessura sbagliata.
Una volta terminata il pagamento, la macchina dà il resto: all’altezza di ca. 40 cm da terra. Di accessibilità non c’è traccia in questo oggetto pensata per un utenza ampliata e di ogni genere.
...
Per continuare a leggere altri casi e qualche proposta, vai qui:
http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=article&id=218:interfacce-per-nani-e-giganti-accessibilita-alle-casse-automatiche&catid=71:inclusive-design&Itemid=80

19/03/11

La situazione non migliora ...

Uno dei grandi problemi delle Nuove Tecnologie, in prima linea quella nucleare, costituisce il fatto che porta con se una responsabilità enorma da parte di chi gestisce e da parti dei governi. Enormi quantità di denaro sono stati spesi al momento della costruzione ed altrettante enormi quantità ci vogliono per dismettere una centrale, senza poter risolvere tuttavia il problema delle scorie.
Un incidente quindi mette in crisi un sistema già instabile: milioni se non milliardi di dollari sono a rischio per risarcimento dei danni subiti da parte della popolazione, il ripristino delle centrali molto difficili.

Per questo motivo, la maggior parte, anzì quasi totalità degli incidenti viene nascosto alla popolazione. Solo quando succedono delle calamità come Harrisburg, Chernobyl e ora Fukushima la questione diventa troppo "calda" e non si può evitare l'osservazione da parte del resto del mondo.

Sul sito del NYT un reso conto della situazione dei reattori:
http://www.nytimes.com/interactive/2011/03/16/world/asia/reactors-status.html?ref=asia

Leggi tutto l'articolo qui:
http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=article&id=217:terremoto-giappone-comunicazione-del-rischio-tecnologico&catid=65:rischio-tecnologico&Itemid=75

17/03/11

Ergonomia e Usabilità anche nel cantiere: mezzi pesanti del futuro by Volvo

Tre brevi filmati che illustrano dei concept per macchinari pesanti da cantiere, elaborati dalla Volvo, mostrano che ergonomia e usabilità non si fermano nelle auto o mezzi di trasporto più comuni. Anzì, un po’ nascosto dai grandi flussi pubblicitari di massa, e dedicati più a operatori di settore, l’applicazione dei concetti di usabilità e ergonomia migliorano proprio nei campi di automazione e lavorazione pesante la condizione dell’operatore inserendosi così direttamente nel filone “classico” della progettazione inclusive.
I tre filmati si auto spiegano, tuttavia è interessante notare che anche in questo ambito l’interfaccia touch virtuale ha fatto suo ingresso, come anche tecnologie alternative come alimentazione fotovoltaico e motori elettrici nei cerchioni delle ruote.
A fianco a accesso facilitato, confort per sospensione attive si vedono anche molti elementi di sicurezza come rilevatore di presenza e controbilanciamento dei pesi durante le manovre.
Sviluppi di questo tipo possono solo avvenire a fronte di un preciso studio dei bisogni degli utenti e del mercato di riferimento.


16/03/11

Due nuovi riflessioni intorno al terremoto


Sotto il link ho messo altre due riflessioni intorno al terremoto del Giappone:

- Il rischio nucleare: tra comunicazione del rischio e scienza politicizzata

- L’intreccio della tecnologia con la vita quotidiana di una società del terzo millennio

LINK:
http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=category&layout=blog&id=65&Itemid=75

15/03/11

Tra rischio e opportunità: quando design e tecnologia fanno la differenza per il futuro


La catastrofe naturale che si è abbattuta sul Giappone e che richiede in questi giorni un grande contributo di solidarietà, fa emergere anche tante questioni e domande direttamente collegate alle questioni di design e tecnologia.
Sono numerose le questioni che solleva l’avvenimento, dalle più evidenti sul nucleare, alle più sublimi come il legame indissolubile tra un’intera società e i mezzi della comunicazione. Difficile affrontare tutti i temi contemporaneamente e con la stessa qualità; molte cose avranno uno sviluppo immediato, altre uno più lento che necessitano una maggiore maturazione e consapevolezza di quanto sia accaduto.
Come evidenzia Giovanni Valentini nel La Repubblica del 15.03.2011, “il terremoto in Giappone non ha spostato di dieci centimetri soltanto l’asse geografica della Terra, ma ha già cominciato a modificare e verosimilmente continuerà a modificare anche quello economico e sociale.”
Zygmunt Bauman, riferendosi, all’interno di un dibattito sull’esplosione demografica, ad una società di produttori che non sono altro che “persone il cui lavoro non può essere utilmente impiegato poiché è possibile produrre senza di loro, in modo più rapido, redditizio e economico, tutti i beni che la domanda attuale e potenziale è in grado di assorbire”, e dice anche, “che i paesi ricchi possono permettersi un’alta densità demografica perché sono centri ad “alta entropia” che attraggono risorse (e soprattutto fonti energetiche) dal resto del mondo, restituendo in cambio le scorie inquinanti, spesso tossiche, prodotte attraverso la trasformazione (l’esaurimento, l’annientamento, la distruzione) delle riserve mondiali di energia”. Accusando proprio l’emisfero straricco e strapotente, di essere il vero problema della Terra, la conclusione è, che “l’impatto dell’umanità sul sistema che sostiene la vita sulla Terra non dipende semplicemente dal numero di persone che vivono sul pianetta, ma anche dal modo in cui si comportano”.

10/03/11

Il futuro della spesa: ipotesi RFID

Un film “pubblicitario” che invita al furto. Il tipo sospettato gira per il supermercato ad infilarsi nel suo cappotto prodotto dopo prodotto, non curandosi troppo del fatto di essere osservato o meno. Ma le telecamere e la guardia l’hanno già rilevato ….

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A proposito di rilevare: tutta la merce presa era già stata rilevata a all’uscita dal supermercato e il conto è già pagato con addebito automatico sul conto-corrente.

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La tecnologia RFID sembra davvero offrire innumerevole possibilità di semplificare la spesa, e non solo. Possibili applicazioni sono già in uso nei negozi di tessile e moda e permettono la visione del vestito scelto in uno specchio virtuale senza la fatica di infilarsi in una cabina per provare. Le applicazioni vanno poi oltre: con un tag di RFID (Radio Frequency IDentification) si possono incamerare un numero enorme di dati e con la tecnologia a disposizione sarebbe perfino possibile rilevare tutti i dati di una persona che si incontra per strada. Un vero "Gattaca" (per chi ha visto il film del 1997), anche se non su base dell’analisi di DNA.
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Andrebbe studiato il limite accettabile di questa tecnologia, in quanto le opportunità di introdursi nella vita privata di ogni giorno sembrano infinite, per salvaguardare quel pizzico di “sorpresa” che serve alla mente umana curiosa di scoprire qualcosa di nuovo – ogni giorno.

09/03/11

Never Say Die. Un libro che racconta cosa succede dopo i felici anni della pensione.

Esiste una altra teoria, probabilmente molto più realistica di quanto si vorrebbe sul “aging”, cioè sul diventare anziano. In questo contesto si parla più esattamente dello sviluppo demografico di un continuo invecchiamento della popolazione.
Non è un argomento nuovo, e il libro Susan Jacoby, appena uscito negli States, di cui titolo viene citato proprio all’inizio “Never say die - The Myth and Marketing of the New Old Age”, ripropone un tema che in altri parti (fuori Italia) è stato preso in considerazione già da tempo come potenziale rischio per il mondo del lavoro , o in altri contesti come opportunità o peso sociale per il mondo lavorativo del futuro.
Ci si aspetta una società anziana attiva più al lungo che vorrà essere “impegnata”, che vuole essere intrattenuto. Per questo, il design dovrà farne i conti e integrare le sue soluzioni di prodotti e sistemi sempre di più con una utenza ultra 65 enne o 70 enne.
Ancora, fin qui, niente di nuovo. Ma il libro – l’autrice ha 65 anni ed è in pieno delle sue attività intellettuali – denuncia un'altra vecchiaia. Quella che viene dopo. E in questo senso, elabora uno scenario che guarda oltre quella fascia di anziani felici, che si trovano nei club e associazioni per stilare programmi di intrattenimento e viaggi culturali. L’aumento dell’età demografica significa innanzitutto un notevole aumento dell’aspettativa della vita, che negli ultimi 100 anni si è quasi triplicata: dai ca. 35 anni si sta superando gli 80 anni. Questo significa che gli ultra 90 enni e pure quelli che superano i 100 anni saranno sempre di più.

Ma a loro non si riferisce questa iliaca immagine di benessere, il nonno sorridentissimo con denti bianchi, à la Mulino Bianco. Si riferisce a persone che sempre di più necessitano una cura e le patologie più svariate, probabilmente ancora da scoprire dopo una vita di lavoro prolungato oltre i 70 anni, chiederanno un sistema sanitario efficacissimo.
Lo scenario è cupo: la bilancia tra lavoratori e pensionati si sta sempre più inclinando verso gli ultimi, se poi dobbiamo anche pensare che ci vorranno sempre più operatori sanitari pagati dal pubblico, la questione non migliora. Pensando alla soluzione di un sistema privato, declina l’evoluzione tecno-scientifica, dove una sempre più crescente popolazione gode di una vita sana prolungata in una società, dove solo i ricchi sopravvivono.
In extremis, la conclusione di Jacobs, ci sarà una sempre crescente popolazione urbana, che anche in età avanzata riesce a mantenere ancora una piccola autonomia o almeno ottiene un sostegno esterno. La vita eterna, non necessariamente frutto di un gene, può darsi, non è poi così l’El Dorado, come la pubblicità delle assicurazioni ci vorrebbe far credere.

08/03/11

Piccole perle del nostro ambiente di vita (parte 2)

2) La biglietteria automatica della metropolitana torinese e tant’altro ... del traffico pubblico.


Capita più volte che un soggiorno in una città porta alla valutazione se esistono biglietti più convenienti di quelli di una corsa semplice, cioè quelli che di regola costano più di tutti. Proprio perché non si possa sfruttare uno particolare status da studente, pensionato, o almeno un abbonamento da residente, il biglietto urbano regolare è l’apice della non convenienza nel panorama delle tariffe del traffico pubblico. Ma infine, non è un dramma, non serve spesso. Quella volta invece, che si soggiorna più giorni, oppure si prevedono più viaggi nello stesso giorno, pure un turista (professionista) potrebbe aver voglia di valutare la convenienza di un biglietto giornaliero o cumulativo.
Con questa idea un povero utente si avvicina alla biglietteria automatica della Metropolitana Torinese, in giallo canarino con tanto di touchscreen (non ho fatto un indagine come fanno i ciechi a prendere un biglietto), che si trova in ognuno di queste stazioni modernissime, dove i treni vanno telecomandato senza macchinista. Il futuro, insomma, è arrivato. La scelta cade su biglietto urbano, o due tipi di biglietti settimanali diversi e basta. Allora, una veloce verifica sul prezzo del biglietto settimanale evidenzia che non è conveniente, e si vuole ritornare alla scelta obbligata del biglietto singolo urbano.
Ed ecco, la sorpresa. Non c’è alcun tasto per tornare indietro. Non c’è possibilità di interrompere il processo di selezione del biglietto settimanale: o paghi o niente. 9 Euro 20 per 5 viaggi in Metropolitana. No!
Unica chance, cambiare biglietteria. E meno male che ne sono due per stazione. Dopo aver acquistato i biglietti singoli, l’altra macchina è ancora fermo sul pagamento del biglietto settimanale ….
E’ un errore gravissimo: non si può non mettere il “bottone” d’uscita o di ritorno.
A proposito delle persone non vedenti: ci sono dei passaggi più larghi per persone ipovedenti, contrassegnati con una grafica tanto curata. Sulla barriera in vetro è stato applicato un adesivo in grigio non troppo scuro con l’icona in bianco “riservato per ipovedenti”. Faccio solo una semplice domanda: se quasi una persona vedente non vede questo segno, come potrà vederlo una persona con problemi di vista? Ma in fondo la domanda dovrebbe essere ancora un’altra: perché mettere un passaggio dedicato, se andava bene chiunque passaggio della barriera per creare un percorso di parte … ???
E’ stato finalmente allungato la linea, che ora arriva alla stazione di Lingotto. Con un po’ di confusione nel mezzo del cantiere, vengono un po’ la volta aggiornate i cartelli d’informazione per includere le nuove fermate della metropolitana. Un bel servizio: la linea tocca ben tre stazioni, Porta Susa, Porta Nuova e Linghotto. Per uno che viene da fuori quasi impossibile non incrociare i due mezzi di trasporto. Peccato però che non sono stati segnalati nei cartelli “nuovi di zecca”: Nella stessa metropolitana, la stazione di Porta Susa e Porta Nuova sono stati contrassegnati con un simbolo di stazione, mentre quello di Lingotto no. Chissà perché.
Ma non è tutto: nella segnaletica esterna al treno nella stessa fermata non è nemmeno indicata Porta Susa, solo XVIII dicembre. Ma chi non lo sa che si tratta della piazza antistante, non scende. Si aspetta la fine del cantiere …
Si ha la sensazione per questi piccoli dettagli che l’innovazione sia a volte solo monolaterale: con grande intuito viene costruita una metropolitana moderna che convince per la sua tecnologia. Al posto dei binari i treni vanno su gomma aumentando notevolmente il comfort e diminuzione del impatto di vibrazioni, i treni sono senza macchinista ad una frequenza dai 2 a 4 minuti. Tutti i marciapiedi sono delimitati da una parete vetrata che isola i binari togliendo qualsiasi rischio di caduta per qualsiasi tipo di persona. Inoltre, un efficace sistema di informazione multisensoriale indica agli utenti più diversi l’apertura e chiusura delle porte. Ma quando si tratta di segnaletica lasciata in mani alla creatività individuale, le informazioni non arrivano più coerentemente agli utenti. Perfino una stazione semplicissima come Porta Nuova, causa il cantiere, è un vero disastro per l’orientamento tra segnaletica digitale e cartelli scritte a mano, che indicano esattamente il contrario e l’unica possibilità per prendere un treno è seguire la folla.
C’è un altro elemento del traffico pubblico di Torino che si può facilmente trasformare in una trappola per l’ignorante viaggiatore. La denominazione delle fermate. Ora, il nome della fermata spesso è legato allo stesso luogo dove è situato, e questo certamente non è una particolarità di Torino. Pertanto le fermate della metropolitana prendono il loro nome per la maggior parte dalle “traverse” del corso Francia sotto il quale percorre una buona parte del suo tragitto sotterraneo. Quindi, per dare un esempio, Racconigi si riferisce all’incrocio con il Corso Racconigi. Una logica condivisivibile.
E’ anche vero che questa denominazione funge da punto di incrocio con altre linee metropolitane (se ci fossero, ma non ci sono a Torino), così come con altri mezzi, come tram e bus. In tutte le città visitate è così. Non a Torino.
Certo del mio operato un giorno mi sono avviato sul Corso Einaudi con la tram (il numero ho dimenticato) per raggiungere la fermata “Racconigi” per poi proseguire con la metropolitana. Che sorpresa alla fermata, che non c’erano indicazioni della Metropolitana. Ma poteva trattarsi solamente di un problema di distanza o di visuale in quanto era giorno di mercato. Girando girando infine mi sono avvicinato al giornalaio vicino chiedendo dove si trovasse la discesa per la metropolitana. Due occhi grandi mi guardavano dritto in faccia. “Metropolitana? Qui? Non c’è. Ma dove deve andare?” Allora ho spiegato che ero diretto a Corso Francia e su indicazione ho preso un autobus che andava in “quella direzione”.
Un esperienza indimenticabile: a Torino le fermate possono avere lo stesso nome nonostante che siano distanti chilometri uno dall’altro. Perché? I corsi di Torino sono lunghi chilometri e chilometri e primo o poi te li trovi come “traversa”. Ma per un turista lo sdoppiamento delle fermate è poco apprezzabile.

06/03/11

Piccole perle del nostro ambiente di vita (parte 1)

Sembrano per di più barzellette, o situazioni volutamente prodotte e messe in opera per stupire e per rendere evidente l’importanza di un sistema di orientamento coerente: rompendo la regola, uno impara. Ma girando, girando, trovando ovunque e in qualsiasi forma elementi, segnaletica, arredo urbano etc inefficiente e disorientativi per una comunicazione che dovrebbe guidare la persona, a volte nemmeno sufficiente per una persona perfettamente abile e magari del posto stesso.
Il racconto di alcune situazioni vere.
1) Come arrivare al aeroporto di Bologna

Per arrivare all’aeroporto di Bologna, ancora sulla tangenziale, c’era sempre l’indicazione sulla segnaletica stradale dell’”aeroporto”. Semplice, efficace, e supportato da un’icona esplicativa. La parola aeroporto non è inglese, ma pur per uno straniero (direi che un aeroporto fa parte di quei luoghi altamente frequentato da stranieri), la versione inglese “airport” non è troppo differente quindi c’è una bella affinità.

Ma non si sa perché, la scritta sul cartellone della tangenziale è stato modificato incollando sopra la parola aeroporto il nome “Marconi”. Rimane il segno del aeroporto, ma stranamente molto debole.
Ora, per i più versati e frequentatori dell’aeroporto, la denominazione Marconi facilmente è deducibile dal nome Guglielmo Marconi, nome dello stesso aeroporto. Ma uno straniero? Che fa percorrendo ad almeno 90 km a ora? Inizia a far speculazioni o tira ad indovinare?
La coerenza non ha fine. Una volta uscita e arrivata alla prima rotonda, sparisce il nome Marconi e torna aeroporto. Una conferma o un'altra cosa? E infine, una volta felicemente parcheggiata l’auto, ci si mette in pista per raggiungere il terminal, seguendo le indicazioni per … aerostazione. Altrimenti, che fine fa la creatività se non viene utilizzata nella segnaletica dei luoghi pubblici.