“C’era una volta il bambino che giocava a pallone nel polveroso cortile sotto casa o con gli amici si divertiva a segnare con un gesso, sul cemento o sulla pietra, quattro righe e tirati su bene i calzoni corti, cominciava a saltare con una gamba. Magliette a righe strette, ciuffo ribelle, le bambine con le treccine e spesso con gli occhi posati sognanti su un panorama o su un cane, un gatto, una bicicletta …
Poi sono arrivati gli schermi diversi da quelli della televisione a uno o due canali, sono arrivati gli altri canali e poi soprattutto sono arrivati gli schermi del computer, delle playstation, delle X Y Z box, e tante consolle e tanti joystick …
… Saranno sempre videombambini, perché ormai è così, ma con occhi e cuori forse diversi.”
Fabrizio Binacchi, in W. Breveglieri ed altri, Bambini di ieri – Bambini di oggi
Un libro fotografico, due testi di introduzione. Di partenza e di apparenza un libro con l’odore di romantico di tempi passati, “quei bei tempi di una volta, quando si stava meglio quando di stava peggio”, come evoca l’altra introduzione dello stesso libro.
Guardare al passato con aria romantica credo abbia poco senso ,e più delle volte è semplicemente una distorsione delle verità. Se non ricordo male, Mark Twain diceva:
“Quando avevo 6 anni mio padre ero un eroe per me. A 10 cominciai a pensare che forse non era proprio così del tutto, a 15 per me era proprio stupito e arretrato. A 23 non lo sopportavo con le sue raccomandazioni, ma a 35 dovette ammettere: quante cose ha imparato mio padre negli ultimi 20 anni?”
E’ sempre la stessa ruota, che gira. E pure c’è fondamentalmente del nuovo nell’educazione: si è perso persino il controllo. La velocità con viaggiano novità e informazioni, senza alcuna limitazione editoriale o altro, stravolge le menti. Con questo non vorrei insinuare che le menti giovani siano quelli più esposte. Ho la sensazione che è soprattutto il “medioevo”, cioè quella fascia dei neoadulti fino ai 50enni che si trova ad affrontare questo cambiamento infotecnologico cercando di comprenderlo. Farsi una ragione, cercando di trarre il meglio per se. Cosa che i più piccoli, o i più grandi non fanno: i primi prendono per buono quello che trovano e lo divorano, digerendo molto bene anche i nuovi contenuti in quanto cresciuto assieme a loro e ampiamente condiviso e discusso con i coetanei. E i secondi non vengono travolti affinchè la cassa automatica al supermercato chiede confronto diretto.
Ed ecco qui la mia personale sorpresa: Durante dei sopralluoghi per studiare il funzionamento di questi sistemi ormai diffusi, ho dovuto costatare che i casini facevano proprio nuovamente quelli del “medioevo”, superficiali, frettolosi, stressati. Le persone anziane, curiose come bambini, con maestranza seguivono le azioni da fare.
Il libro, con cui ho aperto queste riflessioni, è una raccolta di immagini: da un lato in bianco e nero, più o meno degli anni 50 agli 70, e dall’altro lato contemporanei a colori. Il confronto a volte è sottile, e la scelta molto personale, secondo mio punto di vista. E la nostalgia che viene evocata è di chi ha pubblicato il libro, ma di nessun bambini. Ne di quello del passato, ne di quello di oggi, tantomeno quello di domani.
Per i bambini, per fortuna loro, esiste solamente l’adesso. E infatti, “ciò che un bambino comprende è come si sente“[1], quel che gli serve è la felicità di imparare e di conoscere.





