Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta letteratura. Mostra tutti i post

09/01/11

“È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura”


Il racconto è costruito su una serie di opposizioni tematiche, a cominciare dalla frase di apertura: «È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura». Si presenta con queste parole Barnaba, il protagonista, un giovane bruno e riccio di capelli, ex-ufficiale di marina, affetto da una grave malattia agli occhi, ormai alla soglia di una cecità irreversibile, quando si reca in visita al museo di Reims per fissare, finché è possibile, l'immagine di alcuni quadri nella retina, e in particolare di un quadro, che lo ossessiona: La morte di Marat di David, che lui conosce come Il Marat assassinato.
Il tema della cecità ha una lunga tradizione letteraria: da Tiresia, Polifemo e Demodoco in Omero (lui stesso cieco secondo la leggenda) a Edipo, da Sansone a Lear, dalla Hedvig di Ibsen al Dick Heldar di Kipling a tanti altri. Ma il tema è trattato da Del Giudice in modo nuovo e originale: la cecità del suo personaggio è al tempo stesso reale (dovuta a un errore dei medici che l'hanno curato) e metaforica, se non addirittura allegorica.

Barnaba parla, in sei dei dodici capitoletti in cui è diviso il racconto, in prima persona, mentre negli altri sei un narratore anonimo descrive, nel modo più distaccato possibile, le sue azioni e ne segue i movimenti. Mentre si aggira nelle sale del museo cercando di mascherare la sua condizione di quasi-cieco, a un certo punto gli si avvicina, senza mai toccarlo, una donna di nome Anna, che gli parla con voce bassa e ferma («la sua voce aveva un colore caldo e brillante»). Dotata di forti capacità intuitive, Anna supplisce alle difficoltà di visione di Barnaba e avvia un dialogo che gli penetra dentro e ne determina pensieri e movimenti (sono queste del rapporto tra visione e tatto, e tra visione e udito, tra visione e odorato, altre opposizioni strutturali nel racconto). Le descrizioni e i commenti di Anna davanti ai quadri del museo (alcuni Corot, un Delacroix, un Chaise, infine il David) spingono verso l'interpretazione allegorica: se Barnaba, quando lei parla di giallo, chiede riscontri fattuali («Come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?») lei avanza interpretazioni di tutt'altro genere: «Giallo come il tradimento e l'incostanza. Giallo come un amore legittimo, o l'adulterio che lo rompe», improvvisamente svelando le sue personali ossessioni.
(…)

di Remo Ceserani, pubblicato nel Manifesto del 16.12.2010

Mi sembrava interessante indicare questo riferimento bibliografico. Direi che ispira.

DANIELE DEL GIUDICE, "NEL MUSEO DI REIMS",
 
EINAUDI 2010, PP.54