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03/02/11

L’espressione del corpo, della forza e dell’animo: “Le travaille di Bruno Aveillan” e il Ratto delle Sabine

Corpi bianchi che si muovano sinuosamente all’interno di massi di cemento armato di una vecchia fabbrica. Un continuo contrasto tra le masse immobili, i colori bianco dei corpi e marrone della terra sabbiosa. Musica e suoni.
Un capolavoro della fotografia animata, un film di alta qualità tra un racconto di sensualità e materia, movimento e staticità. Suddiviso in quattro capitoli, giocando con le variazioni dell’ambiente come le stagioni. L’assoluto coinvolgimento sensuale, anche se diverso di quelle riferite al gusto del mangiare, o la passione dell’amare, emerge dalla continuo contrasto delle figure.
C’è solo un altro immagine del corpo umano che con simile forza si appropria dell’osservatore, raccontando un dramma di carne e passione in marmo bianco: il Ratto delle Sabine, sia quello del Giambologna oppure quello del Bernini. Due sculture che manifestano la forza passionale nella presa dei corpi come lo fa in un altro modo ma altrettanto efficace Bruno Aveillan nel corto “Le travaille”.
Ratto delle Sabine, Giambologna, Loggia dei Lanzi a Firenze
Il film:

25/01/11

“ Specchio, specchio delle mie brame … “


In un vecchio libro ho trovato una traccia sulle architetture e decorazioni illusionistiche, che, usando in modo particolare specchi, mettevano in ebollizione i sensi dell’osservatore. Un coinvolgimento totale, per così dire.
 “Questo gabinetto può essere interamente rivestito di begli specchi con cornici di porcellana e di vetri colorati o dorati. Anche queste grotte devono essere tappezzate di specchi. Nei recessi e nelle cavità si devono appendere delle lampade invisibili che però proiettino la luce negli specchi provocando effetti magnifici.”
Le cascate e i giochi d’acqua che vi si riflettono devono essere profumati. Maschere grottesche apparirebbero dovunque per illuminare, con i raggi luminosi che escono dagli occhi e dalle bocche, iscrizioni satiriche e  profetiche. Gli oggetti ancora, a questo proposito, che gli specchi ovali saranno fatti in modo che  chi si guarda veda volti diversi, che parranno larghi o lunghi …”
Paul Decker, 1711, Architectura Civilis

Il coinvolgimento, e più ampiamente inteso, anche il sconvolgimento dei sensi non è un tema esclusiva della propaganda pubblicitaria, che cerca nella fotografia o spot pubblicitario di rendere tangibile la qualità sensoriale di un prodotto, a partire dalla cioccolata per arrivare al profumo, ma è, con mezzi senz’altro diverso ma per questo a volte non con effetto minore, una ambizione vecchia come la storia dell’architettura e arte.
Gli esempi sono innumerevoli, e sarebbe anche probabilmente una lettura interessante, una sorta di storia parallela quella della creazione di spazi illusionistici e l’idea architettonica basata sul coinvolgimento dei sensi. A partire dalla grande Villa Adriana, con il suo teatro marittimo e lo spazio continuo tra cielo e specchio d’acque …

 il Rinascimento scopre la prospettiva e con esso le sue proprietà illusionistiche. Esempio bellissimo è proprio la “Trinità” di Massaccio, al quale probabilmente lo stesso “scopritore” della prospettiva, Brunelleschi” contribuisce e di cui un giorno Vasari dirà, che più che un quadro sembra un buco nella parete per passare dall’altra parte.

Bramante con San Satiro a Milano, o la Galleria di Palazzo Spada di Borromini costruiscono fisicamente questo mondo finto, o meglio distorto che crea stupore nei contemporanei.


Ancora di più la ricerca di stravolgere lo spettatore si può osservare nel Parco di Villa Demidoff, con la statua del Gigante, che da lontano sembra davvero uscire dal bosco per osservare il lago.

 Ma l’apice di quello che si riesce a fare con la mente, è probabilmente la casa storta del parco di Bomarzo: chi l’ha visto, e chi soprattutto è entrato, può confermare che il mondo t’inizia a girare intorno, cerchi un punto fermo d’appoggio. Cosa al quale solamente la Caserma dei Vigili di Fuoco di Zaha Hadid è riuscito avvicinarsi.
 La grande moda del seicento di utilizzare specchi in cui la persona si potesse specchiare con modalità diverse, creando persino spazi interminabili con vere proprie macchine catottriche a scala architettonica, sfoggiando nei gabinetti di specchio di Versailles e della gran maggior parte delle residenze europee, pervade l’immaginario di inventori e artisti.  E’ anche il momento dei grandi affreschi e quadraturisti come Andrea Dal Pozzo e Tiepolo.
In qualche maniera si può ancora leggere una reminiscenza di queste idee dello spazio perpetuo e immaginario nel romanzo di Lewis Carrol, quando Alice passa attraverso lo specchio.

Non è un’invenzione di oggi, la ricerca di distorcere la verità per un mondo che non esiste. Tra costruito, finiture d’interni e arredi, pitture e decorazioni, il mondo delle invenzioni, delle macchine meravigliose delle Wunderkammern ha trovato un largo campo di applicazione. Per lo stupore e intrattenimento dei suoi osservatori.
Ma oggi abbiamo mezzi più potenti, e al contempo, con l’appiattimento di un continuo bombardamento di immagini di bassa qualità, si è anche diventato più sordo per questo fenomeno. Tanto, che non si presta particolare  attenzione alla qualità dello spazio, e l’unica emozione della nostra abitazione si riduce allo schermo della televisione e qualche applicazione domotica.


03/01/11

Tatto e adattamento sensoriale


E’ noto che gli stimoli che originano una reazione tattile, di qualsiasi forma (prensione, dolore, calore etc), esistono una serie di recettori diversi, dislocati in diverse zone del corpo a partire dalla pelle. La loro distribuzione poi è anche legato ad una maggiore sensibilità della stessa zona in cui sono dislocati.
“La corteccia somatosensoriale (del cervello, ndr) contiene una sorta di mappa topografica del nostro corpo. Una certa regione di questa corteccia risponde agli stimoli tattili provenienti dalla schiena, un’altra a quelli provenienti dalla mano, e così via. Una elle particolarità di questa mappa è che la porzione di corteccia dedicata all’una o l’altra parte del corpo varia non in funzione della dimensione della parte in questione, ma della sua maggiore o minore sensibilità.
Le dita, per esempio, sono dotate di moltissimi recettori, ed è per questo che nella corteccia un’area enorme è dedicata esclusivamente a loro. Il tronco, al contrario, è molto meno sensibile, e solo un frammento della corteccia se ne occupa.

Indicazione della distanza che è necessario per indivdiduare due punti distinti sulla pelle: più disante sono i due punti, meno sensibile è la pelle in quella zona.

Gli studi hanno mostrato che le persone abituate a leggere in Braille (come sapete, i caratteri Braille si “leggono” con il dito indice, hanno aree corticali dedicate alla ricezione degli stimoli provenienti dall’indica molto più ampie di quanto accade normalmente.[1]
 

Quest’ultima affermazione conferma la grande capacità di adattamento di cui è dotato l’uomo, che è, per parafrasare Simon Ings, specializzato in essere non specializzato e quindi, per la sua sopravvivenza, necessità questa caratteristica di imparare velocemente le “regole” di un nuovo ambiente, e soprattutto, di una mutata relazione con l’ambiente di vita. Certamente, la prima, e non (solo) per motivi culturali, è il vestiario. Per la bibbia si tratta di un aspetto culturale e di vergogna mostrarsi completamente nudo, ma in fondo a fianco una questione igienica si rileva anche la questione delle temperature diverse durante l’arco del giorno, le settimane e stagioni. Senza una protezione propria, privo di peli, l’adattamento climatico diventa prerogativa alla sopravvivenza.
Non tanto diverso, ma molto meno evidente, sono tutti gli altri adattamenti che facciamo durante il giorno, la settimana o le stagioni (anche della nostra vita), per riprendere gli esempio di sopra.

Solo chi studia persone che devono adattarsi all’ambiente con mezzi e tecnologie diverse perché hanno perso parte o tutto delle loro capacità sensoriali (quelli che sarebbero in dotazione normalmente alla nascita) spesso si rende conto che c’è la tendenza di imparare e adattarsi a condizioni di vita impensabili per chi non è colpito. E pure, sulla base di condizioni a volte davvero difficili, s’incontra una grande gioia di vita.
Come visto pocanzi, la corteccia somatosensoriale implementa le aree sensibili ai stimoli dell’indice per permettere una maggiore capacità di lettura della scritta braille. La stessa cosa succede p.e. per la corteccia di una persona che è cieco su un occhio: sappiamo che per l’elaborazione delle informazioni di un immagine retinico avviene nella parte opposta del cervello. Ma se un occhio non produce un immagine, la parte del cervello “cieco” viene pervaso dalle funzioni dell’altra parte del cervello aumentando così comunque le capacità visive dell’occhio sano.

 
E’ la nostra fortuna che non siamo fatti a “scomparti stagni” e la nostra capacità di apprendimento, memoria, e linguaggio è proprio frutto di una sempre mutabile struttura cerebrale.


[1] Emily Anthes & Scientific American, Guida Rapida per cervelloni: La mente, Milano 2010



23/12/10

L’esperienza sensoriale del mondo sconosciuto: la scoperta di Helen Keller

"Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma nell'uso che ne facciamo, nell'immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là dei sensi."

Helen Keller, The five-sensed world, 1910


Nella vita di Helen Keller (1880-1968), resa famosa di essere la prima persona sordo cieca ad essersi laureata nonostante le sue grandi difficoltà di percepire e interpretare il mondo. Rimando al sito http://it.wikipedia.org/wiki/Helen_Keller per la avvincente lettura della sua storia, che viene citata in molti testi sulla percezione e esplorazione tattile da parte di persone non vedenti.




Il film “The Miracle Worker”, (italiano: Anna dei miracoli, 1962) che racconta la storia della sua insegnante Anna Sullivan, anch’essa parzialmente cieca, culmina nella scoperta di Helen della sensazione di capire cos’è acqua. Una scoperta fatta, in esclusività possiamo soffermare, dal senso del tatto, dato che non sente il rumore e non vede lo scorrere dell’acqua. Ma l’impatto è così forte, che anche questa ragazza, fino a quel momento solamente viziata da genitori completamente privo di speranza di riuscire a educare la figlia, si rende conto che l’ambiente è fatto di materia, di sensazioni, e probabilmente di emozioni. Da lì parte un lungo percorso di conoscere il mondo, e di conquistarlo in maniera davvero sconvolgente.

Questo evento conferma una frase chiave nel pensiero kantiano di una antropologia dal punto di vista pragmatico: “La mano è la finestra della mente”.
Le immagini parlano da solo, e si può solo immaginare la curiosità con la quale si apre la finestra al mondo, attraverso il tatto.

Nel libro “Storia naturale dell’occhio” il giornalista Simon Ings “utilizza” la sensibilità tattile di Helen Keller per descrivere i vari punti salienti che creano la differenza tra percezione tattile e percezione visiva. La distanza con la quale vengono colte dettagli di una statua sono rilevanti nel descrivere le differenza tra i due sensi: è evidente che la vista riesce cogliere cose senza dover essere in contatto diretto con l’oggetto. Anzi, troppo vicino fa perdere anche la capacità di interpretare correttamente l’oggetto, concentrandosi su un dettagli, su una piccola parte di superficie illuminata. Quindi, possiamo affermare, che la vista necessità per certi versi proprio la distanza per cogliere le informazioni corrette di un oggetto o uno spazio. Al contrario il tatto: solo la vicinanza, il tocco rende percepibile l’esperienza sensoriale. Ma, contrariamente il “tastare attivo” riesce ad esplorare e generare un “immagine” cerebrale dell’oggetto intero senza dover girare intorno. Come fa notare Ings, la vista è limitato in questo senso.

La vista fa percepire il colore, ma non il peso e il calore di un oggetto. La texture infine di una superficie viene percepita al livello della vista, ma solo esclusivamente sull’esperienza di una superficie simile precedentemente esplorata tattilmente.