Il viaggio in treno in Italia sta sicuramente vivendo un revival, e i numeri della FS confermano che gli investimento per l’Alta Velocità danno ragione: la scelta fatta di creare collegamenti interurbane ex-nuove per garantire un servizio di collegamento veloce, ha convinto più di un milione di persone all’anno di passare dall’aereo al treno. Non c’è anche da meravigliarsi, visto che il viaggio in aereo non finisce con atterraggio, ma attende ancora la trasferta (più o meno costosa) dall’aeroporto in città.
Interno di Treni Regionali diversi
E’ piuttosto interessante osservare come un regionale si popola durante i suoi tragitti. C’è di base una differenza notevole tra quelle “vecchi” (sì, in realtà sono tutti vecchi, come dirà qualcuno) con scomparti da 6 e la porta scorrevole, e quelli aperti con gruppi da 4, che diventano da 3 vicino alle porte di accesso. Inoltre ho vissuto anche quelle “miste”, con alcuni suddivisioni all’inizio di un vagone e uno scompartimento completamente aperto al centro. In quest’ultimi i divisori sono completamente in vetro, e chi non ha una vista da falco rischia di sbattere il naso su una lastra di vetro – anche di taglio. Ultima meraviglia del design, sono le porte di accesso che divide la zona di transito, wc e entrata con l’abitacolo. Chi sta seduto a fianco a queste porte con una maniglia unica, può osservare che praticamente nessuno è in grado di aprire la porta al primo colpo. Tanto ci sono solo 4 possibilità: destro tirare, destro spingere, sinistro tirare, sinistro spingere. Il fatto è che, una volta che il treno è fermo in stazione, la voglia di esercitare le 4 possibilità di apertura non viene preso come un gioco simpatico, e qualche porta ha anche rischiato la distruzione più violenta. E’ un momento vicino al panico pensare che il treno riparta senza essere sceso.
Le varie suddivisioni dei vagoni porta anche ad una differenza dal punto di vista della socializzazione. Su carta, uno potrebbe supporre che i vagoni aperti creano maggiore visibilità e conseguentemente una maggiore comunicabilità all’interno di una zona ampia della persona seduta. Intanto, noto che ognuno, quando arriva, cerca un gruppo da 4 vuoto, o al massimo non occupato da una persona che non ha sparpagliato le sue cose intorno a se, ma che rimane in certi limiti di occupazione dello spazio. Solamente con l’aumentare della densità vengono occupati posti più scomodi, o si chiede addirittura se un posto occupato da una borsa o zaino fosse libero. A questo punto, c’è ampia possibilità di comunicazione, ma posso costatare, con i migliaia di chilometri percorsi in questi treni, non è affatto così. Difficilmente persone che non si conoscono si mettono a conversare. Succede solo a fronte di un evento che accomuna i loro destini e quindi hanno, come dice Norman, un destino comune da discutere.
Sempre basandomi sulla mia esperienza, posso invece trarre una conclusione diversa sui vagoni con scompartimenti da 6: o se fossero vagoni letto o da sedere, poco cambia. Regolarmente la gente si mette a chiacchierare, a condividere l’esperienza del viaggio, come più delle volte si arriva a raccontare la propria vita. Perché questo? Non sono sociologo, ma credo che le risposte non siano particolarmente difficile da trovare: da una parte si tratta di un numero di persone limitato, limitato anche da un contesto spaziale e una persona si può effettivamente concentrare su quell’individuo che ha di fronte. Si sente al sicuro da una parte, isolato da un ambiente più ampio e più difficile da gestire. Si crea un vero e proprio nucleo sociale, che in poco tempo può “difendere” il proprio spazio conquistato una volta ammesso allo scompartimento e chiusa la porta scorrevole dietro a se. Per questo c’è anche maggiore necessità di conoscere l’altro, per capire che “alleato” si ha di fronte. E’ chiaro, nel momento che l’aspetto esteriore di una persona non è invitante, un viaggio in uno scompartimento non è tranquillo e diventa piuttosto inquietante. C’è però anche qui da annotare, che più delle volte l’apparenza inganna, e la persona con un aspetto piuttosto inconsueto si rivela simpatica. Anche qui: ci si associa al gruppo presente con un comportamento idoneo alla situazione, piuttosto che cercare il contrasto.
Non nascondo, dopo questa “idealizzazione” dal punto di vista della socializzazione, ci sono anche dei problemi, e come al solito, non tutto quello che brilla è oro: gli scompartimenti troppo chiusi possono indurre malintenzionati ad entrare in azione, e le notizie a riguarda si trovano regolarmente nei giornali locali.
Interno della Alta Velocità
A conclusione, mi verrebbe da pensare che la prossemica, che sta alla base di questo comportamento almeno per quanto riguarda l’impostazione degli spazi, viene comunque tropo poco considerata. Se è vero che con un vagone a scompartimento unico posso gestire un numero superiore di posti a sedere, c’è anche da dire che la qualità di viaggio aumenta notevolmente per chi piace il contatto umano. Potrebbe essere una proposta per i nuovi treni di alta velocità: visto il prezzo elevato (elevatissimo), in cambio di un ulteriore servizio. Un viaggio “isolato” a scompartimento aperto, in file da due (tra l’altro, le sedie singole all’inizio del vagone sono sempre occupati), oppure un viaggio “comunicativo” a scompartimenti chiusi, da 6. Va risolto il tema della sicurezza, certamente, ma dove c’è una volontà, si trova anche la soluzione.
Come scrive Umberto Eco nell’introduzione del libro di Hall, “La dimensione nascosta”, ed. 1991: “La dimensione nascosta ci parla della vita di tutti i giorni, solo che di colpo ce la presenta sotto una luce nuova. In altre parole, ci parla di una dimensione in cui vivevamo da sempre, senza accorgercene. La nuova dimensione è quella dei comportamenti culturali della comunità in cui viviamo, che appaiono densi di significato anche quando si esplicano per abitudine e d’istinto.”
Per un approfondimento sulla prossemica:
E.T. Hall, La dimensione nascosta, Bompiani
Per un riassunto (non verificato per la sua qualità):




