“Muovendosi attraverso lo spazio, l’uomo organizza e consolida il suo mondo visivo, avvalendosi dei messaggi che egli riceve da tutto il corpo. In assenze di queste reazioni corporee, molti perdono il contatto con la realtà e sono vittima di allucinazioni.”
E.T.Hall La dimensioni nascosta, Bompiani 1991
Scrivendo “cinestesia” sul campo di ricerca di google, sorprendentemente, non salta fuori la voce di Wikipedia, e solo dopo qualche “giro” si arriva a “Propriocezione”:
“La propriocezione rappresenta la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. …”
Invece sul Treccani, sotto la voce Cinestesia, si può leggere:
“cinestesìa (raro chinestesìa) s. f. [comp. di cin(esia) e -estesia]. – In medicina, la sensibilità muscolare, cioè quella forma di sensibilità propriocettiva i cui recettori sono disposti nella compagine dei muscoli, nei tendini e nelle guaine, e che interviene nella regolazione dell’attività motoria.”
Si può quindi dedurre, in linea di massima, che questo senso (legato con i suoi specifici recettori al mondo del tatto) è responsabile perché noi ci possiamo muovere al buio senza perdere (troppo) l’orientamento o urtare oggetti che sappiamo che sono in un determinato posto, e indovinare dove si trova l’interruttore della luce anche se non lo vediamo, alzando la mano e guidando le dita nella direzione e altezza giusta. La sicurezza e la certezza con la quale vengono ottenute questi "risultati" è stupefacente. Dall’altra parte, solamente così persone con difficoltà visive possono tradurre stimoli esterni, trasmessi al cervello attraverso altri sensi come l’udito, tatto e olfatto, in una “mappa” dell’ambiente nel quale si muovono senza trovare troppi intralci. La cinestesia viene anche legato strettamente al senso dell’equilibrio, spesso oggetto di riabilitazione.
Il tatto è il più soggettivo delle sensazioni. Da una parte. Dall’altra invece è la necessaria integrazione delle informazioni percettive ricevute dalla vista che però manca necessariamente del rapporto fisico, diretto. La soggettività è, in questo senso, sottoposto alla fisicità oggettiva. E questo apprende il neonato gestendo oggetti, mettendo in bocca, provando peso, forma e tessitura. E impara, che a fronte di due immagini retiniche c’è un solo oggetto tenuto mano.
In questo contesto e in questa correlazione, la capacità da parte dell’uomo a progettare, costruire e poi guidare oggetti che sono 10, 100 ma anche 1000 volte più grande di lui, sia per dimensioni che per peso, è tuttavia un elemento affascinante: a partire dalla bicicletta che richiede oltre la sinergia di una numero altissimo di muscoli per creare la necessaria spinta e mantenimento della direzione anche una buona capacità di equilibrio...
fino ad arrivare ai pullman o camion che raggiungono 12 tonnellate e 15, 16 metri di lunghezza (in Europa) che vengono guidate da una persona che gira una ruota per far girare tutto il veicolo, che spinge un pedale per generare una accelerazione o una frenata. Data i pesi e velocità raggiungibili, tutti questi “trasmettitori della volontà” dell’autista sono rinforzati, elettronicamente o idraulicamente supportati....
Ma poi basta pensare agli aerei, o navi da container, entrambi oggetti tra l’altra in movimento in condizioni non “standard” per le capacità dell’uomo (non sa volare che quindi non conosce per la sua natura e per istinto le correnti d’aria etc, oppure non è un pesce che è abile a cavalcare l’onda). L’uomo gli dirige, e con esperienza e esercizio si raggiungono capacità tanto ammirabili, come per esempio i traghettisti di Venezia oppure "guidare" mostri come i colossari scavatori di carbone.
Tutto questo (il designer studia l’oggetto e al massima l’interfaccia del conducente) non oggetti di riflessione, assodato attraverso la quotidiana esperienza che ognuno fa attivamente (conduttore) o passivamente (passeggero). Ma il tutto è solamente possibile attraverso il necessario rapporto fisico dell’individuo con il suo mezzo di trasporto, creando così una vera propria simbiosi (spesso volentieri, probabilmente anche in reminiscenza dei vecchi cavalli), i mezzi ricevono nomi, vengono umanizzati perché in fondo parte integrante dello stesso corpo affinché si guida, lo si usa. Di fatto, risulta che alcune auto, soprattutto il grande "taglia", e quindi con elevato peso ma anche grande potenza, nascondono un grande rischio percettivo del conducente: troppo ovattato, non si percepisce la vera velocità in rispetto all’ambiente e le informazioni visive sono gli unici a controllare il rapporto tra il sé e gli altri. Ma, come evidenziato prima, manca il controllo certo, fisico, e le distanze continuamente diverse e mutabili non danno certezza sulla propria posizione relativa ad altri o altro.
Basta aprire il finestrino e tentare di far sporgere la testo fuori dall’automobile che viaggia ai consentiti 130 km in autostrada. Oltre al fatto che gli lacrimanti si chiudono immediatamente, non ci si respira e si perde anche il controllo di equilibrio. Bisogno tenersi forte.
Sono da tenere in considerazione i meccanismi di cui l’uomo si può avvalere per gestire un attrezzo, dal coltello che taglia un pezzo di pane (non taglia con le dita, non mangia con le mani) fino al transatlantico guidato con tanto di computer a bordo: la capacità di estendere il senso cinestetico su ausili e mezzi è incredibile, sia per controllo spaziale sia per trasmissione di forza. Ma va considerata e progettata.

















