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20/01/11

Il neonato impara a volare nella culla: la cinestesia


“Muovendosi attraverso lo spazio, l’uomo organizza e consolida il suo mondo visivo, avvalendosi dei messaggi che egli riceve da tutto il corpo. In assenze di queste reazioni corporee, molti perdono il contatto con la realtà e sono vittima di allucinazioni.”
E.T.Hall La dimensioni nascosta, Bompiani 1991
Scrivendo “cinestesia” sul campo di ricerca di google, sorprendentemente, non salta fuori la voce di Wikipedia, e solo dopo qualche “giro” si arriva a “Propriocezione”:
“La propriocezione rappresenta la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio e lo stato di contrazione dei propri muscoli, anche senza il supporto della vista. …”
Invece sul Treccani, sotto la voce Cinestesia, si può leggere:
“cinestesìa (raro chinestesìa) s. f. [comp. di cin(esia) e -estesia]. In medicina, la sensibilità muscolare, cioè quella forma di sensibilità propriocettiva i cui recettori sono disposti nella compagine dei muscoli, nei tendini e nelle guaine, e che interviene nella regolazione dell’attività motoria.”

Si può quindi dedurre, in linea di massima, che questo senso (legato con i suoi specifici recettori al mondo del tatto) è responsabile perché noi ci possiamo muovere al buio senza perdere (troppo) l’orientamento o urtare oggetti che sappiamo che sono in un determinato posto, e indovinare dove si trova l’interruttore della luce anche se non lo vediamo, alzando la mano e guidando le dita nella direzione e altezza giusta. La sicurezza e la certezza con la quale vengono ottenute questi "risultati" è stupefacente. Dall’altra parte, solamente così persone con difficoltà visive possono tradurre stimoli esterni, trasmessi al cervello attraverso altri sensi come l’udito, tatto e olfatto, in una “mappa” dell’ambiente nel quale si muovono senza trovare troppi intralci. La cinestesia viene anche legato strettamente al senso dell’equilibrio, spesso oggetto di riabilitazione.
Il tatto è il più soggettivo delle sensazioni. Da una parte. Dall’altra invece è la necessaria integrazione delle informazioni percettive ricevute dalla vista che però manca necessariamente del rapporto fisico, diretto. La soggettività è, in questo senso, sottoposto alla fisicità oggettiva. E questo apprende il neonato gestendo oggetti, mettendo in bocca, provando peso, forma e tessitura. E impara, che a fronte di due immagini retiniche c’è un solo oggetto tenuto mano.

In questo contesto e in questa correlazione, la capacità da parte dell’uomo a progettare, costruire e poi guidare oggetti che sono 10, 100 ma anche 1000 volte più grande di lui, sia per dimensioni che per peso, è tuttavia un elemento affascinante: a partire dalla bicicletta che richiede oltre la sinergia di una numero altissimo di muscoli per creare la necessaria spinta e mantenimento della direzione anche una buona capacità di equilibrio...

fino ad arrivare ai pullman o camion che raggiungono 12 tonnellate e 15, 16 metri di lunghezza (in Europa) che vengono guidate da una persona che gira una ruota per far girare tutto il veicolo, che spinge un pedale per generare una accelerazione o una frenata. Data i pesi e velocità raggiungibili, tutti questi “trasmettitori della volontà” dell’autista sono rinforzati, elettronicamente o idraulicamente supportati....
Ma poi basta pensare agli aerei, o navi da container, entrambi oggetti tra l’altra in movimento in condizioni non “standard” per le capacità dell’uomo (non sa volare che quindi non conosce per la sua natura e per istinto le correnti d’aria etc, oppure non è un pesce che è abile a cavalcare l’onda). L’uomo gli dirige, e con esperienza e esercizio si raggiungono capacità tanto ammirabili, come per esempio i traghettisti di Venezia oppure "guidare" mostri come i colossari scavatori di carbone.

Tutto questo (il designer studia l’oggetto e al massima l’interfaccia del conducente) non oggetti di riflessione, assodato attraverso la quotidiana esperienza che ognuno fa attivamente (conduttore) o passivamente (passeggero). Ma il tutto è solamente possibile attraverso il necessario rapporto fisico dell’individuo con il suo mezzo di trasporto, creando così una vera propria simbiosi (spesso volentieri, probabilmente anche in reminiscenza dei vecchi cavalli), i mezzi ricevono nomi, vengono umanizzati perché in fondo parte integrante dello stesso corpo affinché si guida, lo si usa. Di fatto, risulta che alcune auto, soprattutto il grande "taglia", e quindi con elevato peso ma anche grande potenza, nascondono un grande rischio percettivo del conducente: troppo ovattato, non si percepisce la vera velocità in rispetto all’ambiente e le informazioni visive sono gli unici a controllare il rapporto tra il sé e gli altri. Ma, come evidenziato prima, manca il controllo certo, fisico, e le distanze continuamente diverse e mutabili non danno certezza sulla propria posizione relativa ad altri o altro.

Basta aprire il finestrino e tentare di far sporgere la testo fuori dall’automobile che viaggia ai consentiti 130 km in autostrada. Oltre al fatto che gli lacrimanti si chiudono immediatamente, non ci si respira e si perde anche il controllo di equilibrio. Bisogno tenersi forte.
Sono da tenere in considerazione i meccanismi di cui l’uomo si può avvalere per gestire un attrezzo, dal coltello che taglia un pezzo di pane (non taglia con le dita, non mangia con le mani) fino al transatlantico guidato con tanto di computer a bordo: la capacità di estendere il senso cinestetico su ausili e mezzi  è incredibile, sia per controllo spaziale sia per trasmissione di forza. Ma va considerata e progettata.





09/01/11

“È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura”


Il racconto è costruito su una serie di opposizioni tematiche, a cominciare dalla frase di apertura: «È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura». Si presenta con queste parole Barnaba, il protagonista, un giovane bruno e riccio di capelli, ex-ufficiale di marina, affetto da una grave malattia agli occhi, ormai alla soglia di una cecità irreversibile, quando si reca in visita al museo di Reims per fissare, finché è possibile, l'immagine di alcuni quadri nella retina, e in particolare di un quadro, che lo ossessiona: La morte di Marat di David, che lui conosce come Il Marat assassinato.
Il tema della cecità ha una lunga tradizione letteraria: da Tiresia, Polifemo e Demodoco in Omero (lui stesso cieco secondo la leggenda) a Edipo, da Sansone a Lear, dalla Hedvig di Ibsen al Dick Heldar di Kipling a tanti altri. Ma il tema è trattato da Del Giudice in modo nuovo e originale: la cecità del suo personaggio è al tempo stesso reale (dovuta a un errore dei medici che l'hanno curato) e metaforica, se non addirittura allegorica.

Barnaba parla, in sei dei dodici capitoletti in cui è diviso il racconto, in prima persona, mentre negli altri sei un narratore anonimo descrive, nel modo più distaccato possibile, le sue azioni e ne segue i movimenti. Mentre si aggira nelle sale del museo cercando di mascherare la sua condizione di quasi-cieco, a un certo punto gli si avvicina, senza mai toccarlo, una donna di nome Anna, che gli parla con voce bassa e ferma («la sua voce aveva un colore caldo e brillante»). Dotata di forti capacità intuitive, Anna supplisce alle difficoltà di visione di Barnaba e avvia un dialogo che gli penetra dentro e ne determina pensieri e movimenti (sono queste del rapporto tra visione e tatto, e tra visione e udito, tra visione e odorato, altre opposizioni strutturali nel racconto). Le descrizioni e i commenti di Anna davanti ai quadri del museo (alcuni Corot, un Delacroix, un Chaise, infine il David) spingono verso l'interpretazione allegorica: se Barnaba, quando lei parla di giallo, chiede riscontri fattuali («Come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?») lei avanza interpretazioni di tutt'altro genere: «Giallo come il tradimento e l'incostanza. Giallo come un amore legittimo, o l'adulterio che lo rompe», improvvisamente svelando le sue personali ossessioni.
(…)

di Remo Ceserani, pubblicato nel Manifesto del 16.12.2010

Mi sembrava interessante indicare questo riferimento bibliografico. Direi che ispira.

DANIELE DEL GIUDICE, "NEL MUSEO DI REIMS",
 
EINAUDI 2010, PP.54

04/01/11

Il mondo che verrà. Anzi, il mondo che c’è già. (Parte 1)

Haptic Tecnologies e la progettazione 3D

“Sempre maggiore è l’interesse suscitato dalle ricerche nell’ambito delle cosiddette tecnologie tattili (haptic tecnologies o haptics, ndr), che mirano a sviluppare sistemi in grado di conferire a macchine e robot l’equivalente del nostro tatto. Gli scienziati hanno già fatto notevoli passi avanti. Hanno creato un dito robotico capace di rilevare informazioni alla superficie degli oggetti, e stanno lavorando alla creazione di un ratto artificiale dotato di sensori tattili posizionati su baffi altrettanto artificiali. Robot di questo tipo potranno essere utili nello svolgimento di mansioni particolarmente pericolose, come staccare tra le macerie nelle missione di soccorso o analizzare la superficie di altri pianetti.”[1]

Intanto, queste tecnologie vengono utilizzato in maniera applicativa o, come vorrei chiamarlo, in maniera attiva[2] nella creazione di oggetti (per quanto riguarda architettura e design). Applicazioni come il FreeForm Modeling permette di progettare direttamente un oggetto usando un certo tipo di attrezzo che rileva il movimento della mano (una sorta di mouse che sfrutta le tre assi x-y-z spaziali) per ricevere gli input dal progettista.
FreeForm Modeling con Phantom Desktop
“Fulcro di tutto il sistema sono appunto le due periferiche aptiche che sono sostanzialmente del bracci snodabili ai quali è applicata una penna. Mediante questa penna è possibile scolpire la creta virtuale e sentire realmente attraverso la risposta aptica la resistenza del materiale alla modellazione come se si stesse realmente modellando della creta con una stecca di legno.”[1]

Il feedback è l’elemento fondamentale nella corretta costruzione di qualsiasi oggetto o interfaccia: lo stimolo sensoriale reale o virtuale deve avere una qualità che determina un limite o una resistenza con la quale può regolare lo sforzo e la relazione tra se e l’ambiente/oggetto. Senza sarebbe impossibile prendere “confidenza”. (Potremmo confrontare questo con qualche scena di film comico o di orrore: la sensazione di una persona che incontra un fantasma: al tocco passa dall’altra parte, ed è questo normalmente il momento del panico).

Un'interfaccia aptica è un dispositivo che permette di manovrare un robot, reale o virtuale, e di riceverne delle sensazioni tattili in risposta (retroazione o feedback). Un esempio potrebbe essere un joystick con ritorno di forza (force feedback, usato molto nei videogiochi e consiste in una vibrazione del dispositivo quando ad esempio la vettura che si sta pilotando urta contro un ostacolo (muro, altra vettura o altro) opponendo una resistenza fisica reale, rendendo il movimento più difficile da compiere), un mouse in cui la rotellina si blocca quando il puntatore arriva ai margini dello schermo, o un display in braille utilizzato dai non vedenti. Quest’ultimo traduce le lettere visualizzate sul monitor in braille, linea per linea, lungo una barra (vedi immagine).

Display Braille Supervario
Link molto interessante: http://www.abacus.it/sensable/

[1] Emily Anthes & Scientific American, Guida Rapida per cervelloni: La mente, Milano 2010
[2] I termini “attivo e passivo” (vedi anche post successivo) non sono convenzionali, ma solo usato in questo contesto per indicare
attivo = intervento umano diretto
passivo = sistema autonomo senza controllo diretto da parte dell’uomo.


03/01/11

Tatto e adattamento sensoriale


E’ noto che gli stimoli che originano una reazione tattile, di qualsiasi forma (prensione, dolore, calore etc), esistono una serie di recettori diversi, dislocati in diverse zone del corpo a partire dalla pelle. La loro distribuzione poi è anche legato ad una maggiore sensibilità della stessa zona in cui sono dislocati.
“La corteccia somatosensoriale (del cervello, ndr) contiene una sorta di mappa topografica del nostro corpo. Una certa regione di questa corteccia risponde agli stimoli tattili provenienti dalla schiena, un’altra a quelli provenienti dalla mano, e così via. Una elle particolarità di questa mappa è che la porzione di corteccia dedicata all’una o l’altra parte del corpo varia non in funzione della dimensione della parte in questione, ma della sua maggiore o minore sensibilità.
Le dita, per esempio, sono dotate di moltissimi recettori, ed è per questo che nella corteccia un’area enorme è dedicata esclusivamente a loro. Il tronco, al contrario, è molto meno sensibile, e solo un frammento della corteccia se ne occupa.

Indicazione della distanza che è necessario per indivdiduare due punti distinti sulla pelle: più disante sono i due punti, meno sensibile è la pelle in quella zona.

Gli studi hanno mostrato che le persone abituate a leggere in Braille (come sapete, i caratteri Braille si “leggono” con il dito indice, hanno aree corticali dedicate alla ricezione degli stimoli provenienti dall’indica molto più ampie di quanto accade normalmente.[1]
 

Quest’ultima affermazione conferma la grande capacità di adattamento di cui è dotato l’uomo, che è, per parafrasare Simon Ings, specializzato in essere non specializzato e quindi, per la sua sopravvivenza, necessità questa caratteristica di imparare velocemente le “regole” di un nuovo ambiente, e soprattutto, di una mutata relazione con l’ambiente di vita. Certamente, la prima, e non (solo) per motivi culturali, è il vestiario. Per la bibbia si tratta di un aspetto culturale e di vergogna mostrarsi completamente nudo, ma in fondo a fianco una questione igienica si rileva anche la questione delle temperature diverse durante l’arco del giorno, le settimane e stagioni. Senza una protezione propria, privo di peli, l’adattamento climatico diventa prerogativa alla sopravvivenza.
Non tanto diverso, ma molto meno evidente, sono tutti gli altri adattamenti che facciamo durante il giorno, la settimana o le stagioni (anche della nostra vita), per riprendere gli esempio di sopra.

Solo chi studia persone che devono adattarsi all’ambiente con mezzi e tecnologie diverse perché hanno perso parte o tutto delle loro capacità sensoriali (quelli che sarebbero in dotazione normalmente alla nascita) spesso si rende conto che c’è la tendenza di imparare e adattarsi a condizioni di vita impensabili per chi non è colpito. E pure, sulla base di condizioni a volte davvero difficili, s’incontra una grande gioia di vita.
Come visto pocanzi, la corteccia somatosensoriale implementa le aree sensibili ai stimoli dell’indice per permettere una maggiore capacità di lettura della scritta braille. La stessa cosa succede p.e. per la corteccia di una persona che è cieco su un occhio: sappiamo che per l’elaborazione delle informazioni di un immagine retinico avviene nella parte opposta del cervello. Ma se un occhio non produce un immagine, la parte del cervello “cieco” viene pervaso dalle funzioni dell’altra parte del cervello aumentando così comunque le capacità visive dell’occhio sano.

 
E’ la nostra fortuna che non siamo fatti a “scomparti stagni” e la nostra capacità di apprendimento, memoria, e linguaggio è proprio frutto di una sempre mutabile struttura cerebrale.


[1] Emily Anthes & Scientific American, Guida Rapida per cervelloni: La mente, Milano 2010



23/12/10

L’esperienza sensoriale del mondo sconosciuto: la scoperta di Helen Keller

"Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma nell'uso che ne facciamo, nell'immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là dei sensi."

Helen Keller, The five-sensed world, 1910


Nella vita di Helen Keller (1880-1968), resa famosa di essere la prima persona sordo cieca ad essersi laureata nonostante le sue grandi difficoltà di percepire e interpretare il mondo. Rimando al sito http://it.wikipedia.org/wiki/Helen_Keller per la avvincente lettura della sua storia, che viene citata in molti testi sulla percezione e esplorazione tattile da parte di persone non vedenti.




Il film “The Miracle Worker”, (italiano: Anna dei miracoli, 1962) che racconta la storia della sua insegnante Anna Sullivan, anch’essa parzialmente cieca, culmina nella scoperta di Helen della sensazione di capire cos’è acqua. Una scoperta fatta, in esclusività possiamo soffermare, dal senso del tatto, dato che non sente il rumore e non vede lo scorrere dell’acqua. Ma l’impatto è così forte, che anche questa ragazza, fino a quel momento solamente viziata da genitori completamente privo di speranza di riuscire a educare la figlia, si rende conto che l’ambiente è fatto di materia, di sensazioni, e probabilmente di emozioni. Da lì parte un lungo percorso di conoscere il mondo, e di conquistarlo in maniera davvero sconvolgente.

Questo evento conferma una frase chiave nel pensiero kantiano di una antropologia dal punto di vista pragmatico: “La mano è la finestra della mente”.
Le immagini parlano da solo, e si può solo immaginare la curiosità con la quale si apre la finestra al mondo, attraverso il tatto.

Nel libro “Storia naturale dell’occhio” il giornalista Simon Ings “utilizza” la sensibilità tattile di Helen Keller per descrivere i vari punti salienti che creano la differenza tra percezione tattile e percezione visiva. La distanza con la quale vengono colte dettagli di una statua sono rilevanti nel descrivere le differenza tra i due sensi: è evidente che la vista riesce cogliere cose senza dover essere in contatto diretto con l’oggetto. Anzi, troppo vicino fa perdere anche la capacità di interpretare correttamente l’oggetto, concentrandosi su un dettagli, su una piccola parte di superficie illuminata. Quindi, possiamo affermare, che la vista necessità per certi versi proprio la distanza per cogliere le informazioni corrette di un oggetto o uno spazio. Al contrario il tatto: solo la vicinanza, il tocco rende percepibile l’esperienza sensoriale. Ma, contrariamente il “tastare attivo” riesce ad esplorare e generare un “immagine” cerebrale dell’oggetto intero senza dover girare intorno. Come fa notare Ings, la vista è limitato in questo senso.

La vista fa percepire il colore, ma non il peso e il calore di un oggetto. La texture infine di una superficie viene percepita al livello della vista, ma solo esclusivamente sull’esperienza di una superficie simile precedentemente esplorata tattilmente.