15/01/11

Nascere oltre il corpo: essere feto in un mondo tra “Matrix” e “Frankenstein”


Nella rivista Newton di questo gennaio, viene trattato il tema della “scienza della vita”, e in vari articoli si elabora una serie di elementi in modo particolare sul tema dell’”diventare ed essere madre”, dalla fecondazione al parto, fino alla gestione del figlio davanti al computer nel mondo di internet.
Nell’ambito dei temi trattate in questo blog è particolarmente interessante il primo di questi articoli che racchiude efficacemente i vari “livelli” di fecondazione oggi possibili e praticati, e quali possibili progressi può fare la scienza in questo ambito. Alla fine della lettura, la visione di Matrix impossessa il lettore, con la nascita di un essere umano all’interno di un incubatore artificiale…
Matrix

A fianco ad una serie di possibilità, più o meno gravante su un piano evoluzionistico e quindi relativamente invasivo nella selezione naturale (la quale, come giustamente afferma l’inchiesta, è già fortemente compromesso dai progressi della medicina), ci troviamo anche ad affrontare una scienza che studia la possibilità di generare (con cellule staminali) una fecondazione e crescita embrionale  ectopica (quindi al di fuori del corpo). La questione della clonazione è uno dei tanti campi aperti da dover essere risposta. In fondo, la selezione naturale si genera e viene gestito soprattutto attraverso il mescolamento del patrimonio genetico tra individui diversi. Con la creazione di essere viventi in un modo artificiale e sintetico,  non determina più un arricchimento, ma semplicemente di un impoverimento: perché qualsiasi elemento biologico non viene più “controllato” da un continuo “refresh”, ma si amplia semplicemente nella sua parzialità evolutiva mantenendo anche elementi “insane”.
Ma la possibilità di esternare la maternità ad un livello “macchina”, la questione diventa anche una questione socio-culturale. Al momento, il divario tra uomo e mondo animale, come descrive molto bene Hall nel suo importantissimo libro “La dimensione nascosta” del lontano 1963, non è ancora così grande come potrebbe sembrare:
“Come antropologo mi sono abituato a tornare all’origine, per far emergere il sostrato biologico da cui sorgono determinati aspetti del comportamento umano. Con questo tipo di approccio si mette bene in risalto che l’uomo, proprio come gli altri membri del regno animale è da principio, poi e sempre, prigioniero del proprio organismo biologico. Il fossato che lo separa dal resto del regno animale non è affatto così largo come generalmente si crede. La maggior parte delle cose che noi apprendiamo sugli animali e sugli intricati meccanismi di adattamento che l’evoluzione ha prodotto e i più pertinenti di questi studi aprono la strada alla soluzioni di alcuni dei più difficili problemi umani.”[1]
Invece, la ricerca sui sacchi sintetici nelle quali può crescere un feto al di là di qualsiasi connessione biologico e affettivo, in un mondo virtuale vero e proprio (perché cosa mai potrà significare il tocco di un sacco sintetico, un elemento gommoso e un ambiente riscaldato perfettamente alla temperatura ideale, senza virus e assolutamente sterile, all’interno di un liquido chimico con tanto di antiossidante E330…).
“Una volta superate le difficoltà tecniche, l’embrione potrà essere inserito in un utero artificiale che lo accoglierà dall’impianto fino alla sua nascita.” Utilizzando materiale biologico indistinto, sarà poi anche possibile “una gestazione per maschi. E non solo, perché, utilizzando lo sguardo lungo dell’evoluzione, a quel punto la differenza fra i sessi si rivelerebbe insignificante, fenomeno per altro già presente in molte specie viventi. La cultura è uno strumento che agisce sulle sorti della nostra specie. …” [2]
Rimanere con una visione “positiva”, ottimistica e entusiasmante per il futuro del mondo antropizzato a fronte di una serie di scenari cupi e preoccupanti come questi, è davvero difficile. Tuttavia, gli scenari sono molteplici, i possibili sviluppi sono poco prevedibili in quanto una scoperta innesca necessariamente una serie di altri ricerche e approfondimenti. E la curiosità è una delle caratteristiche umane più spiccate, sfoggiando in un espressione culturale anche senza ritorno.
“Sebbene il pubblico sia stato consapevole, dopo Hiroshima, della necessità di cerca di capire le implicazioni delle nuove scoperte scientifiche, i campanelli di allarme hanno cominciato a squillare in modo assordante soltanto negli ultimi decenni dello scorso secolo. I cibi geneticamente modificati, la malattia della mucca pazza e la telefonia mobile che rimescola il cervello hanno spinto perfino la maggior parte degli oppositori della tecnologia, solito a comportarsi come gli struzzi, a porsi interrogativi su quello che stava accadendo nella remota e rarefatta stratosfera dei laboratori scientifici.”[3]

Esaminando una serie di soluzioni alternative sul percorso futuro dell’umanità, Erik Newth scrive:
“Nel futuro può accadere di tutto, nel bene e nel male. Questo libro non parla di come sarà il futuro, perché questo non lo può sapere nessuno, ma di come lo immaginano gli scienziati, i pensatori e gli scrittori. Risulterà presto chiari che quello qui descritto non è un determinato futuro. Ci sono infatti molti futuri possibili.”[4]
Matrix

Rimane indubbiamente a noi la decisione quale futuro scegliere, a patto che le cose siano così chiare fin dall’inizio sul nascere di una nuova idea. La responsabilità, con cui gli scienziato oggi devono affrontare una serie di temi sono ben più gravi che non qualche centinaia di anni fa, quando la scienza serviva in primo luogo a conoscere l’uomo, la sua natura e fisiologia per salvare le vite. Oggi si è passato il confine dal “curare medico” all’intervento chirurgico per modificare ciò che è la parte naturale dell’uomo fino alla sua reinvenzione nella provetta del laboratorio di bioingegneria.
E così, la visione piuttosto macabra e buia di Frankenstein, sovrasta questa idea del voler creare un uomo al di fuori dei canoni biologici aspettando gli identici fallimenti di Victor: la domanda da rispondere sarà proprio la stessa “perché sono diverso?”. E la risposta “Perché non sei nato dalla madre, ma dalla macchina” non darà ne soddisfazione e contentezza, amore e emozione per una vita serena. Ne sono convinto.
Frankenstein, 1831


[1] E.T. Hall, La dimensione nascosta, Bompiani, 1991
[2] C. Ceci, Una nuova vita, Newton n° 11, gennaio 2011
[3] Susan Greenfield, Gente di Domani, Newton Compton, 2005
[4] Eirik Newth, Breve Storia del Futuro, Salani Editore, Milano 2000

12/01/11

E tu che posizione hai? 25 anni "Cernobyl"...

... e la storia, evidentemente, non insegna.

Attenzione: il contenuto di questo post potrebbe turbare la sensibilità del lettore.



“La storia possiede una particolare relazione con gli umani. Da una parte gli eventi sembrano una cosa stabile, immutabile, soprattutto nel momento in cui vengono riportati nei libri. Anzi, a volte succede, che la storia diventa tale proprio perché riportato in una certa maniera, pur sbagliata o falsificata. La scrittura, in questo modo altera la realtà accaduta, e la memoria si poggia come la polvere sui mobili di una casa. Dopo un po’ di tempo la casa con i suoi mobili cambia aspetto, poi ci sono interventi di pulizia, si rompe qualcosa o viene sostituito. Per farla breve, dopo alcuni anni la casa cambia aspetto e non è più uguale a com’era un tempo. Così è con la storia: molti aspetti si dimenticano, documenti spariscono, e qualcuno afferma la sua versione di storia, il suo punto di vista e lo pubblica. E affinché nessuno rispolvera i vecchi documenti con una pezza nuova, cercando di mettere in relazione con altri fatti, la storia muta e cambia la sua verità. Diventa quasi un’illusione... un illusione come se non fosse mai accaduti gli avvenimenti e li ricordiamo con la stessa certezza con la quale ci ricordiamo dei nostri sogni.”



Stavo sfogliando l’altro giorno il venerdì di Repubblica, e mi è caduto l’occhio sulla pubblicità del forum nucleare. Sotto una veste di apparente scelta democratica, viene suggerito di non rimanere conservativo, arretrato, obsoleto, ma di pensare al futuro del paese, di essere innovativo.

La storia, evidentemente, non insegna. Non ci salva dalle guerre, dai conflitti religiosi, dagli interessi di potere, e non ci salva dal nucleare. La storia, come c’è scritto sopra e citando un racconto non ancora pubblicato, diventa forse illusione come un sogno, che ci si mette ad analizzarlo sulla poltrona, sdraiato come dal psicoanalista, dando le più svariate interpretazioni. Forse diventa questione di un trauma infantile non superato, o una nevrosi personale causato dallo stress. La pubblicità ci può aiutare a superare questa malinterpretazione dei fatti.


E le radiazioni, nella loro mortalità, sono anche così perfidi e silenziosi, che possono far cambiare apparentemente le carte sul tavolo: “ma chi ha detto che quella malattia è causato dal quel incidente?”
Quest’ anno sono 25 anni che nella notte del 26 aprile è esploso il reattore 4 a Cernobyl. Oggi è un paesaggio condannata ad essere eternamente all’abbandono, nel frattempo il “sarcofago” costruito intorno al reattore per contenere le ceneri e la radioattività sta cedendo. La comunità internazionale, conscio del fatto che l’Ucraina da solo non riesce ad affrontare l’enorme spesa per rendere sicuro nuovamente il reattore con un nuovo manto esterno, non riesce a mettere a punto il piano finanziario.

Non può esistere sicurezza sufficiente: un errore tecnico, errore umano, una concatenazione di eventi straordinari, un incidente, etc … ci sono troppe “alternative” per cui il livello di sicurezza può decadere e creare davvero enormi rischi per la salute di tutti.

Link sugli avvenimenti in wikipedia.

Documentario sull’incidente e le sue conseguenze:

La pubblicità del Forum Nucleare:

Sul Forum Nucleare si può leggere oggi la notizia:
Corte Costituzionale: sì a referendum sul nucleare
- 12 gennaio 2011 |
La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile la proposta di referendum sul nucleare presentata dall’Italia dei valori ad aprile del 2010. Pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 9 aprile, il quesito referendario era stato oggetto di una raccolta di firme a maggio. Il 10 dicembre la Corte di Cassazione aveva espresso parere favorevole al termine della verifica di validità della proposta.
La data del referendum verrà fissata, in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi, con un decreto del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a seguito dopo della deliberazione del Consiglio dei ministri.

Questo blog si ha dato il tema “il design dell’uomo futuro”, puntando in modo preciso sulle questioni dell’evoluzione dell’uomo stesso per il quale vale la pena affrontare nuovi frontiere del design innovativo, sostenibile in tanti sensi. Ma potrebbe essere anche un futuro post-apocalittico come in Terminator, un mondo dei pochi sopravvisuti, "mutanti" nel vero senso della parola.

Nel 1990 avevo elaborato, per l’esame di maturità, una tesi sulle ricerche americane sui corpi umani (American Research on Human Beings), che esaminavano l’effetto causato dell’radioattività dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki, inoltre altri incidenti dopo test nucleari negli anni 50. Fu un periodo terribile per me, e mi resi conto che lo studio di questi eventi portavano ad un'inevitabile depressione. Dopo la consegna, e riconoscimento massimo per l’elaborato, non ho mai più aperto un libro sul tema, e nemmeno guardato documenti a riguardo. Ma credo, che ora lo rifarò, partendo dallo stesso documento di ormai 20 anni fa. Stammattino ho tirato fuori da uno scattolone le vecchie pagine, scritte ancora con la macchina da scrivere e poche fotocopie a colori dei volti sconvolti e pelle bruciata.

Sento il bisogno di “ricordare”.


09/01/11

“È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura”


Il racconto è costruito su una serie di opposizioni tematiche, a cominciare dalla frase di apertura: «È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura». Si presenta con queste parole Barnaba, il protagonista, un giovane bruno e riccio di capelli, ex-ufficiale di marina, affetto da una grave malattia agli occhi, ormai alla soglia di una cecità irreversibile, quando si reca in visita al museo di Reims per fissare, finché è possibile, l'immagine di alcuni quadri nella retina, e in particolare di un quadro, che lo ossessiona: La morte di Marat di David, che lui conosce come Il Marat assassinato.
Il tema della cecità ha una lunga tradizione letteraria: da Tiresia, Polifemo e Demodoco in Omero (lui stesso cieco secondo la leggenda) a Edipo, da Sansone a Lear, dalla Hedvig di Ibsen al Dick Heldar di Kipling a tanti altri. Ma il tema è trattato da Del Giudice in modo nuovo e originale: la cecità del suo personaggio è al tempo stesso reale (dovuta a un errore dei medici che l'hanno curato) e metaforica, se non addirittura allegorica.

Barnaba parla, in sei dei dodici capitoletti in cui è diviso il racconto, in prima persona, mentre negli altri sei un narratore anonimo descrive, nel modo più distaccato possibile, le sue azioni e ne segue i movimenti. Mentre si aggira nelle sale del museo cercando di mascherare la sua condizione di quasi-cieco, a un certo punto gli si avvicina, senza mai toccarlo, una donna di nome Anna, che gli parla con voce bassa e ferma («la sua voce aveva un colore caldo e brillante»). Dotata di forti capacità intuitive, Anna supplisce alle difficoltà di visione di Barnaba e avvia un dialogo che gli penetra dentro e ne determina pensieri e movimenti (sono queste del rapporto tra visione e tatto, e tra visione e udito, tra visione e odorato, altre opposizioni strutturali nel racconto). Le descrizioni e i commenti di Anna davanti ai quadri del museo (alcuni Corot, un Delacroix, un Chaise, infine il David) spingono verso l'interpretazione allegorica: se Barnaba, quando lei parla di giallo, chiede riscontri fattuali («Come un limone? Come un pappagallo? Come un girasole?») lei avanza interpretazioni di tutt'altro genere: «Giallo come il tradimento e l'incostanza. Giallo come un amore legittimo, o l'adulterio che lo rompe», improvvisamente svelando le sue personali ossessioni.
(…)

di Remo Ceserani, pubblicato nel Manifesto del 16.12.2010

Mi sembrava interessante indicare questo riferimento bibliografico. Direi che ispira.

DANIELE DEL GIUDICE, "NEL MUSEO DI REIMS",
 
EINAUDI 2010, PP.54

6 3ndy!


Pensare all’uomo nel futuro, la sua evoluzione fisiologica, culturale e sociale, senz’altro è accompagnato anche dall’evoluzione del suo linguaggio. Basta pensare che nella lingua corrente di un paese, molte parole ormai sono derivate da altre: questo non stupisce e per certi versi è anche necessario. Mi è capitato di fare un viaggio in Malaysia, con una loro cultura e, conseguentemente, con una loro lingua molto semplice. Questa lingua è apprezzabile per due motivi: il suono molto dolce, e nella sua espressione scritta, attraverso lettere che assomigliano più ad una decoro che alla geometrizzata versione della scrittura occidentale.

Ma, al contempo, ascoltando nell’aeroporto gli annunci o vedendo la segnaletica in malese, mi sono dovuto rendere conto che moltissime parole sono importate e introdotto senza alcuna variazione. Il che fa sì che il flusso canterina della voce viene spesso bruscamente interrotto con qualche parola inglese, alla quale è stata solamente aggiunta il finale malese.


Ma anche questo non è niente di nuovo. Durante il periodo dello zar Pietro il Grande, molti tecnici tedeschi sono stati convocati nella San Pietroburgo per costruire un impero all’avanguardia. Il risultato è che molti termini tecnici, ingegneristici, nella lingua russa hanno molto in comune con parole tedesche, e non solo il suono. Così vale per i termini di architettura, preso dai maestri italiani, e la letteratura, presi in prestito dai francesi. Così, a sorpresa magari di qualcuna che si avvicina al russo, troverà molti termini europei.

L’italiano invece è invaso, tra le altre, dall’inglese. “Che fai questo weekend?” “Non so, vado a fare surf o bowling”. In fondo, non stupisce nemmeno, molte parole non raccontano solo un preciso contenuto, ma aprono la finestra ad un mondo intero, all’immaginazione e a molte cose non espresse. Per cui, perché sforzarsi a descrivere con parole contorte un contenuto già presente in un'altra lingua. Strano diventa, quando ti arriva la domanda in versione sms: “ke fai sto we?” per diventare poi “6 3ndy!”

Dovremo tenere conto nella evoluzione del design, soprattutto nel mondo del design grafico. Ci potremmo intanto risparmiare un bel po’ di carta per un messaggio pubblicitario, pensando poi agli americani che al posto di dire advertisements dicono semplicemente ads. E poi ci sono gli esperti informatici, che credo non superi nessuno nel parlare in codici comprensibile solamente a loro: “…riguardo le cartelle zippate, è in configurazione globale, eventualmente, sotto server > Compressione pagine GZIP:> che va indicata la possibilità di abilitare l'upload dei file compressi durante l'installazione di template/componenti/moduli.”. Così, percorrendo internet in cerca di risposte semplici a domande semplici, si rischia un forte crisi di autostima.

Ci troviamo quindi in un vortice di assunzione di parole straniere che rimpiazzano pari pari espressione linguistiche native, che a loro volto si modifica e accorcia, perfino la creazione di una serie di parole nuove, per descrivere fenomeni sempre più nuove e diverse. Di fatti, chi conosce Adultescent, Bobos, Cyberchondria o Egosurfing? Ci vuole un dizionario, quello del futuro. E ci ha pensato Faith Popcorn.

05/01/11

Senza parole. Non servono


Credo che il titolo esprima questa convinzione guardando il filmato pubblicitario di Aveillan intitolato "5 senses" per un gelato. E' anche interessante osservare
che per esprimere appieno il coinvolgimento totale dei sensi, ci si debba servire di immagini della passione, dell’amore. Niente di nuovo, ma è sempre un piacere essere coinvolto nel guardare immagini carichi di emozioni, suoni, colori. Questo porta poi anche a sentire la resistenza del materiale, la sua superficie, l’odore che emanano le essenze come il cioccolato e la fragola, o ancora, la saliva che si sta formando trasportando lo zucchero sciolto alla bocca, virtualmente.


“Molti scienziati ritengono che i neuroni specchio giochino un ruolo importante nei fenomeni di apprendimento tramite imitazione e nel riconoscimento delle intenzioni che guidano le azioni altrui. I singoli neuroni specchio non sono stati osservati, per ora, negli essere umani, ma la risonanza magnetica ha dimostrato la presenza di aree che si attivano quando la persona svolge una certa azione, sia quando la persona vede la stessa azione svolta da altri. Queste aree sono state definite il sistema umano dei neuroni specchi.” 1)




L’osservazione di un azione, quindi, attiva un meccanismo di forte coinvolgimento favorendo l’apprendimento. Questo spiega probabilmente e in parte anche il grande vantaggio che l’uomo ha tratto dalla socializzazione e riunione in gruppi per la sua sopravvivenza. In campo della pubblicità e della comunicazione, evidentemente, questo potrà essere sfruttato maggiormente, visto che si possono osservare gli stessi coinvolgimenti a livello cerebrale in persone che vedono una scena e in persone che sono direttamente coinvolte nell’azione.
Cosa interessante da notare, dopo una più attenta osservazione, che esplicitamente vengono “citati” tutti i sensi coinvolti rappresentati da rispettivi di organi di senso. Poco romantico, ma tanto importante da capire.


Quindi, dopo aver visto il filmato, è normale se viene il forte desiderio di dare un morso ad un orecchio. Scusate, ad un gelato.

1)        Emily Anthes & Scientific American, Guida Rapida per cervelloni: La mente, Milano 2010

04/01/11

Il mondo che verrà. Anzi, il mondo che c’è già. (Parte 1)

Haptic Tecnologies e la progettazione 3D

“Sempre maggiore è l’interesse suscitato dalle ricerche nell’ambito delle cosiddette tecnologie tattili (haptic tecnologies o haptics, ndr), che mirano a sviluppare sistemi in grado di conferire a macchine e robot l’equivalente del nostro tatto. Gli scienziati hanno già fatto notevoli passi avanti. Hanno creato un dito robotico capace di rilevare informazioni alla superficie degli oggetti, e stanno lavorando alla creazione di un ratto artificiale dotato di sensori tattili posizionati su baffi altrettanto artificiali. Robot di questo tipo potranno essere utili nello svolgimento di mansioni particolarmente pericolose, come staccare tra le macerie nelle missione di soccorso o analizzare la superficie di altri pianetti.”[1]

Intanto, queste tecnologie vengono utilizzato in maniera applicativa o, come vorrei chiamarlo, in maniera attiva[2] nella creazione di oggetti (per quanto riguarda architettura e design). Applicazioni come il FreeForm Modeling permette di progettare direttamente un oggetto usando un certo tipo di attrezzo che rileva il movimento della mano (una sorta di mouse che sfrutta le tre assi x-y-z spaziali) per ricevere gli input dal progettista.
FreeForm Modeling con Phantom Desktop
“Fulcro di tutto il sistema sono appunto le due periferiche aptiche che sono sostanzialmente del bracci snodabili ai quali è applicata una penna. Mediante questa penna è possibile scolpire la creta virtuale e sentire realmente attraverso la risposta aptica la resistenza del materiale alla modellazione come se si stesse realmente modellando della creta con una stecca di legno.”[1]

Il feedback è l’elemento fondamentale nella corretta costruzione di qualsiasi oggetto o interfaccia: lo stimolo sensoriale reale o virtuale deve avere una qualità che determina un limite o una resistenza con la quale può regolare lo sforzo e la relazione tra se e l’ambiente/oggetto. Senza sarebbe impossibile prendere “confidenza”. (Potremmo confrontare questo con qualche scena di film comico o di orrore: la sensazione di una persona che incontra un fantasma: al tocco passa dall’altra parte, ed è questo normalmente il momento del panico).

Un'interfaccia aptica è un dispositivo che permette di manovrare un robot, reale o virtuale, e di riceverne delle sensazioni tattili in risposta (retroazione o feedback). Un esempio potrebbe essere un joystick con ritorno di forza (force feedback, usato molto nei videogiochi e consiste in una vibrazione del dispositivo quando ad esempio la vettura che si sta pilotando urta contro un ostacolo (muro, altra vettura o altro) opponendo una resistenza fisica reale, rendendo il movimento più difficile da compiere), un mouse in cui la rotellina si blocca quando il puntatore arriva ai margini dello schermo, o un display in braille utilizzato dai non vedenti. Quest’ultimo traduce le lettere visualizzate sul monitor in braille, linea per linea, lungo una barra (vedi immagine).

Display Braille Supervario
Link molto interessante: http://www.abacus.it/sensable/

[1] Emily Anthes & Scientific American, Guida Rapida per cervelloni: La mente, Milano 2010
[2] I termini “attivo e passivo” (vedi anche post successivo) non sono convenzionali, ma solo usato in questo contesto per indicare
attivo = intervento umano diretto
passivo = sistema autonomo senza controllo diretto da parte dell’uomo.


Il mondo che verrà. Anzi, il mondo che c’è già. (Parte 2)

iCub: un piccolo robot con una pelle artificale

iCub

Invece quando potremmo parlare di sistemi tattili applicati che lavorano passivamente[1] (al contrario di quelle espresse nel post precedente), le cose si complicano non di poco. Ci vuole quindi tutto un centro di elaborazione che sia capace di controllare e gestire gli input tattili proveniente dalla periferia (interfaccia sensoriale).
Certamente una sfida notevole, quella di creare una pelle artificiale che possa trasmettere gli stimoli sensoriali del tatto. Dall’altra parte è la via più diretta per riuscire a controllare i complessi movimenti, e avere contemporaneamente i riscontri sulle azioni in maniera più diretta. Anche per un robot.
>> Un robot capace di riconoscere al tatto la differenza, di peso e di superficie, che passa tra un uovo e una palla da biliardo e di usare una forza diversa per prendere l'uno o l'altro oggetto. E, oltre a questo, in grado di avvertire sia un lieve sfioramento sia una pressione di alcuni chilogrammi. Sono gli ultimi traguardi raggiunti dai ricercatori dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova (IIT). E' stato completato lo sviluppo di una pelle artificiale che permette a iCub, il piccolo robot androide presentato nel 2009 dall'IIT, di avere una sensibilità tattile evoluta e di acquisire informazioni preziose toccando gli oggetti, proprio come fanno gli uomini.
iCub in azione
"Il tatto tra i cinque sensi ha una funzione importantissima. Spostandoci nell'ambito della robotica, va da sé che distinguere tra le diverse superfici e saper apprendere grazie a questa abilità contribuisca in modo decisivo a determinare l'Intelligenza Artificiale di una macchina", spiega il professor Roberto Cingolani, direttore scientifico dell'IIT. Più in generale, questi studi hanno "l'obiettivo di sviluppare una tecnologia della cognizione, ossia fornire agli strumenti meccanici con i quali lavoriamo o giochiamo alcune attitudini di apprendimento tipiche degli esseri umani e del loro modo di interagire con l'ambiente circostante", precisa il professor Giulio Sandini, direttore del dipartimento Robotics, Brain and Cognitive Sciences dell'IIT.

La mano di iCub

"Abbiamo applicato sulle dita della mano di iCub polpastrelli di silicone - continua Cingolani – al cui interno vi sono micro-sensori, Mems (Micro Electro-Mechanical Systems), che incorporano nano-strutture ad alta sensibilità, capaci di reagire a sollecitazioni provenienti dall'esterno e di inviare, sotto forma di impulsi elettrici, informazioni al software che controlla il robot. Perchè iCub abbia una mano simile a quella umana servono strumenti capaci sia di avvertire un lieve sfioramento o di stimare la consistenza di una piuma sia di percepire impulsi più forti, di quantificare e reggere la pressione esercitata da una barra di ferro o da altri oggetti pesanti. Per ognuna di queste attività serve un sensore specifico con una taratura ad hoc". Al momento, i Mems sono fatti con ceramiche speciali, ma sono disponibili anche soluzioni realizzate con materiali plastici (più flessibili) e composti a base di nitruro di alluminio (costosi ma dalle elevate prestazioni). <<

iCub in Laboratorio
Nella creazione di iCub ha avuto una parte fondamentale il contributo tricolore del LIRA-Lab del Dipartimento di Informatica, Sistemistica e Telematica dell'Università di Genova, l'ARTS Lab della Scuola Superiore S. Anna di Pisa, il Dipartmento di scienze biomediche e di fisiologia umana dell'Università di Ferrara e due società nate dalla ricerca universitaria, la Telerobot S.r.l. di Pisa e l'Italian Institute of Technology di Genova.



[1] I termini “attivo e passivo” (vedi anche post successivo) non sono convenzionali, ma solo usato in questo contesto per indicare
attivo = intervento umano diretto
passivo = sistema autonomo senza controllo diretto da parte dell’uomo.