30/03/11

Inclusive design nel senso che sa fare tutto: le chiavi intelligenti.


Ci sono dei post che uno ha difficoltà di collocare: innovazione tecnologica o inclusive design? i due sono, visto da punto di vista "human oriented", parenti. In questo post qualche riflessione sulla tecnologia NFC (Near Field Comunication) che entra "pesantemente" nella gestione di pagamenti e più in generico, nella comunicazione bidirezionale tra oggetto e uomo.
La chiusura a distanza o il telecomando sono oggetti che fanno parte di ogni automobile da almeno dieci anni. Tanto che anche i ladri si sono “aggiornati” con apparecchiature elettronici per interrompere l’eventuale comando lasciando così l’auto aperto: pronto per essere svaligiato nel momento in cui il proprietario si allontana. Sfruttando una unica lunghezza d’onda, il fenomeno si è molto diffuso sull’penisola.

Questa premessa sconcertante per sottolineare un difetto delle tecnologie ad “onde”: mentre l’interazione meccanica/fisica implica anche un (inconscio) controllo dello stato della “macchina” (per esempio la chiusura con le chiave, oppure la pressione della maniglia della porta), i sistemi elettronici alleggeriscono questa interazione fino ad eliminarla del tutto, anche se fanno decadere per certi versi il controllo.
Il nuovo sistema che propone la Volkswagen sulla Passat è uno di questi: il sistema Easy Open permette alla persone di avvicinarsi alla parte posteriore della macchina e sensori rilevano la presenza della chiave nella tasca. Senza dover tirarla fuori, la macchina apre il porta baule. Per una persona con le mani impegnate un bel aiuto.

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http://www.virtualtouchdesign.com/index.php?option=com_content&view=article&id=227:inclusive-design-nel-senso-che-sa-fare-tutto-le-chiavi-intelligenti&catid=71:inclusive-design&Itemid=80

27/03/11

Shopping automatizzato: come abitudini cambiano la cultura


Il mondo si automatizza. Non si intende l’automazione della produzione in massa, la catena di montaggio per intendersi. Ma l’automazione di una delle attività quotidiane più comuni: l’acquisto del alimento.
Ci sono tantissime situazioni in cui un distributore automatico, nata come “macchina del caffè” ha conquistato aree e applicazioni del tutto diverso dal suo impegno originale: dal servizio per il break d’ufficio alla vera sostituzione di una mensa con un ricco assortimento di snack e panini preconfezionati. E dal luogo privato del posto di lavoro si è trasferito al luogo pubblico: le stazioni si sono popolate di macchinette per far fronte alle esigenze del viaggiatore notturno o quello che non ha tempo fermarsi in coda al bar.

In molte città si sono diffuse macchine self service per il latte crudo, accorciando così notevolmente la catena di distribuzione facendo “guadagnare” di più quelli che sono direttamente coinvolti: l’agricoltore ha un ricavo più alto (nonostante che deve gestire la macchina) e il consumatore beneficia di un prezzo minore. Questa tipologia si è già ampiamente arricchita nella sua offerta con yoghurt, formaggi freschi e mozzarelle, e uova creando delle vere proprie “isole del prodotto fresco” in mezzo ad un parcheggio. Siamo in attesa del repertorio del mercato ortofrutticolo ….
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23/03/11

La conoscenza batte la tecnologia

Terremoto Yokohama / Tokyo 1923

Il tema del rischio tecnologico si ferma davanti a due avvenimenti: i primi sono i disastri bellici in quanto hanno un volontà distruttiva, al contrario di quanto non lo avesse un impianto in avaria. I secondi sono le calamità naturali, come il terremoto e lo tsunami.
Ma già in questo secondo caso, la tecnologia ha fatto ingresso, dopo che per secoli e millenni la predizioni di calamità era affidato all’astrologia e veggenti. Con una statistica alla mano e rilevamenti straordinari si tenta di predire in tempi quanto più ampi un evento straordinario. Oltre alla difficoltà tecnica, c’è poi anche un altro problema più sociale: e se la predizione fallisse? Il sistema tecnologico elabora un errore e mette in panico tutti inutilmente? La storia del “al lupo, al lupo”  quanto più attuale di quanto non si pensi.
E pure sarebbe da chiedersi a volte quanto la conoscenza geologica, meteorologica, biochimica e fisica del nostro pianetta e della nostra vita non sia già sufficientemente matura per poter calcolare seri rischi per la salute delle persone.
Il primo settembre 1923 un terribile terremoto di 8.3 sulla Scala Richter ha colpito le città di Yokohama e soli 40 secondi più tardi Tokyo. Scrive Bill McGuire: “Entro alcuni secondi migliaia di edifici, molti fatti delle tradizionali mura di legno e di tetti di tegole pesanti, crollarono in mucchi di macerie, uccidendo coloro che si trovavano all’interno. Il terribile frastuono dei massi in frantumazione e degli edifici che credevano si ridusse a un crepitio, più sordo ma ugualmente terrificante, di fiamme, quando gli incendi, causati dalle migliaia di stufe rovesciate, cominciarono a divorare il legno delle case. Alimentati da un forte vento, milioni di piccoli incendi presto formarono un’indomabile barriera di fuoco che penetrava attraverso le rovine. Uomini, donne e bambini sotto shock cercarono scampo in spazi aperti, ma invano. Le tempeste di fiamme li bruciavano vivi. In un area desolata, 40.000 individui finirono vittime del grande incendio, così pressati l’uno all’altro che i corpi carbonizzati vennero ritrovati ancora in piedi …  Il numero reale delle vittime non fu mai accertato, ma si stima che almeno 200.000 persone abbiano perse la vita… “
Terremoto Yokohama / Tokyo 1923
Questo racconto e resoconto non si discosta tanto da quello che è lo scenario di questi giorni nella stessa Giappone, a quasi 90 anni di distanza. Nonostante tutto, quando negli anni 90 il Giappone aveva preso coraggio e iniziato a costruire edifici alti con tutti i sistemi antisismici a disposizione, ha fatto scuola in tutto il mondo con la sua tecnologia, affidabile al punto da resistere ad un terremoto ancora più forte di quello del ’23: Scala Richter 9.0. Gli incendi erano pochissimi, i sistemi di interruzione di elettricità e altri shut down hanno avuto il loro effetto virtuoso.
Nel libro “Breve storia del Futuro”, Newth fa cenno al fatto che non c’è niente di più ridicolo che leggere una profezia sul futuro, quando ci si è passato in là nel tempo. In effetti, un piccolo assaggio di questo si ha ogni volta quando si vedono film come “Il ritorno nel futuro II”: di macchine volanti oggi non c’è traccia, per fortuna. Continua a scrivere McGuire nel suo libro “Guida alla fine del mondo – Tutto quello che non avreste mai voluto sapere”, del 2002:
“Nei primi anni del nuovo millennio le città gemelle di Tokyo e Yokohama si aspettano ancora un tragico colpo del destino; ma questa volta sarà molto, molto peggio – sia per il Giappone sia per il resto del mondo. Ora il potere industriale e commerciale di questa area rappresenta uno dei maggiori centri del mercato mondiale, con diramazioni che giungono agli angoli più sperduti della Terra, e che fanno funzionare una immensa macchina economica globale, da cui, oggi, dipende la ricchezza di tutte le nazioni del mondo. … Il territorio dei Tokyo e Yokohama, dal punto di vista geologico, è complesso, poiché tre delle maggiori zolle tettoniche della Terra convergono qui. Le tensioni enormi, che si associano ai movimenti relativi di queste zolle, sono periodicamente scaricate da improvvisi spostamenti lungo le faglie locali, che a loro volta portano a terremoti distruttivi, dove, a detta dei sismologhi, tali terremoti sarebbero in ritardi, o perlomeno in procinto di scatenarsi. …”
Quindi? Pur sapendo non si fa nulla? La storia si ripete. E ad aiutare che questa calamità diventasse un vero proprio disastro umano in parte ha aiutato anche la stessa tecnologia. Certamente, lo tsunami non può domare nessuno, ma costruire più di 55 reattori nucleari in una zona di così alto rischio sismico assomiglia ad un suicidio. Non è stato un incendio divampante tra le rovine delle casette a generare l’alto numero delle vittime e dispersi, ma l’acqua del mare infuriato come in un quadro di Hokusai. E poi, con un silenzio terrificante, la radioattività dei reattori di Fukushima.

La memoria ha gambe corte e non va lontano: moratoria ai progetti nucleari


Esce la notizia su Reuters, che “il Consiglio dei ministri ha approvato oggi la moratoria di un anno ai progetti per la costruzione delle nuove centrali nucleari in Italia, in conseguenza della crisi giapponese. Tramite un decreto legge vengono quindi sospese per un periodo di 12 mesi le procedure riguardanti la localizzazione e la realizzazione di centrali e impianti nucleari sul territorio italiano, mentre restano confermati il deposito per gli stoccaggi e l'Agenzia per la sicurezza del nucleare.”
Un blocco strategico di un anno per intraprendere nuove strade: “Adesso bisogna guardare avanti, per far sì che il nostro Paese, al di là dell'atomo, sia all'avanguardia nell'adozione delle nuove tecnologie energetiche, necessarie per ottenere un mix energetico più equilibrato e meno dipendente dalle fonti fossili. Penso per esempio alle fonti rinnovabili, che stiamo rendendo sostenibili economicamente per il sistema Paese, così da assicurare prospettive di pianificazione di lungo periodo alla filiera produttiva", conclude Romani nella nota.
O per far dimenticare l’accaduto. Tanto la memoria ha gambe corte e non va lontano.
Guardando la pagina Wikipedia sull’energia nucleare nel mondo, si vede molto bene quello che gli esperti dicono da tempo: 247 dei 427 impianti al mondo hanno 25 o più anni  e costituiscono il 58%, mentre 349 hanno 20 anni o più e quindi sono il 82% di tutti gli impianti. Si può dire, con una certa logica, che riceviamo la nostra energia da caldaie che hanno più di vent’anni. Vecchi e perdenti, in tutti i sensi. Con un piccolo, ma tragico problema che le stufe nelle case non hanno: non si possono smantellare perché costerebbe una follia.

22/03/11

Il blog di virtualtouchdesign festeggia il primo “compli-trimestre”


Il 2011 è iniziato per me con un salto evolutivo: da homo sapiens sapiens (si spera) a homo computerensis. Un salto di scoperta e di conoscenza (parzialissima), si intende.
A fianco alla pubblicazione dei post di vario genere, tra segnalazioni, citazioni e soprattutto riflessioni trasformati in parole scritte, una interessante attività è osservare “l’andamento” delle visite..
Si impara sempre, tanto, ogni giorno, leggendo, scrivendo, osservando. Ma che sia anche divertente - quasi quanto scrivere un post - vedere quante persone leggono e da dove provengono gli utenti, è una scoperta nuova.
La comunicazione nella rete inoltre è fatta di “amici” e di sconosciuti. I primi sono “vittima” del click su facebook o linkedin, i secondi per me ancora una incognita ….
Il  risultato ottenuto? Con 49 post Google ha registrato 1000 visite.

C’è però un'altra osservazione da fare: un blog funziona completamente diverso da un sito/portale. Mentre un blog mi sembra un forte attrattore di curiosi che però in mancanza di novità non tornano sul blog (e quindi non ci sono visite), il portale è lento, molto lento. Meno immediato nella sua capacità di comunicazione immediata, però, mi sembra di capire, è molto più costante. Senz'altro per gli intentitori nessuna scoperta nuova.

Così, nello stesso giorno di oggi posso trarre anche una conclusione sul sito: da un mese esatto ho Google Analytics per il mio divertimento giornaliero, per guardarmi il numero crescente dei visitatori. In un solo mese 100 nuovi visitatori con più di 200 visite e lunghi minuti di profonda consultazione: più di 1600 pagine. Certo, tutto è molto lontano da essere un sito di successo, tuttavia.

Un po’ sfacciato a comunicare tutto ciò? Ma anche questo è frutto di una riflessione: abituato a scrivere articoli e libri cartacei, un lavoro immane senza la soddisfazione di “conoscere” i propri lettori (almeno a livello di numero e provenienza), “l’approccio internet” rende più rimunerativo la voglia di comunicare. Almeno virtualmente. 

State of the World 2011 - Innovazioni che nutrono il pianeta


Segnalazione di un evento a Torino il 23.03.2011, ore 20.30 al Museo Regionale di Scienze Naturali di via Giolitti 36 a Torino.

«Viviamo in un mondo dove si produce più cibo di quanto se ne sia mai prodotto, ma dove la fame non è mai stata così diffusa». Si apre con questa affermazione una delle edizioni più importanti del rapporto State of the World.
L’idea secondo cui sarebbe possibile eliminare la fame nel mondo col denaro e la tecnologia è ora messa in discussione non solo a causa dei suoi limiti, ma anche perché si accumulano le prove che dimostrano che i nuovi approcci per la creazione di un sistema agricolo sostenibile possono efficacemente integrare o sostituire gli elementi dell’agricoltura standard.
Ciò è particolarmente vero nell’Africa subsahariana, dove migliaia di piccoli agricoltori attingono all’antica saggezza culturale e, servendosi delle nuove tecnologie, producono cibo in abbondanza, nel rispetto dei suoli locali e degli ecosistemi globali. Questa è la storia raccontata nel libro e nel progetto Nourishing the Planet del Worldwatch Institute.